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Caro Pier Paolo

Caro Pier Paolo

DACIA MARAINI – NERI POZZA – CARO PIER PAOLO.

di Giuseppe Santilli

Un delizioso libro di memorie in forma epistolare in ricordo di Pier Paolo Pasolini, un intellettuale scomodo da vivo e da morto.

Un uomo mite e gentile

Dacia Maraini ci consegna la figura di un uomo mite e gentile, accurato e paziente a dispetto della foga pubblica delle sue provocazioni, delle sue sfide contro l’opinione corrente, l’omologazione dei costumi e lo sfrenato consumismo. Sappiamo solo ora quanto le analisi di Pasolini sulla riduzione dell’uomo a consumatore, fossero giuste. Come sappiamo che la rivolta dei giovani studenti italiani fosse una rivolta entro i confini della borghesia, proprio quella borghesia che Pasolini odiava.

Dacia e Pier Paolo
Dacia e Pier Paolo

Ma cosa intendevi per volgarità? Cosa trovavi offensivo e repellente nel modo di stare al mondo dei borghesi, che ti avvelenava il sangue? Allora non capivo, oggi penso che per volgarità tu intendessi una ferita profonda alla sacralità dell’essere umano. Il tuo era uno schiaffo alla cultura mercificata che riduce l’uomo a merce, togliendogli dignità e integrità. Qualcosa che il tuo spirito, che metteva le ali ad ogni risveglio, rifiutava come indegno di essere vissuto.” (Caro Pier Paolo – Pag. 99)

I ricordi

Nei ricordi della Maraini, spesso di ispirazione onirica, infatti molte lettere a Pier Paolo iniziano con un racconto di un sogno, non poteva mancare la grande amicizia che legava Pasolini ad Alberto Moravia. Due persone di grande levatura così uniti e così diversi. Coesistevano nel loro rapporto le fughe, i silenzi e lo sguardo appesantito dal pensiero, di Pier Paolo, con la solarità e la grande capacità di racconto, di affabulazione di Alberto.

Moravia, Maraini e Pasolini
Moravia, Maraini e Pasolini

Nella stessa misura non poteva mancare l’Africa, meta di molti viaggi, con i suoi tramonti infuocati e con quella società quasi primitiva nella quale Pasolini ritrovava l’autenticità dei rapporti umani, fuori dalla corrotta civiltà delle merci.

Per questa nostalgia della società contadina Pasolini è stato accusato sovente di passatismo. Invece la Maraini ci consegna integra la forza di un pensiero, di una analisi profonda che si sforzava di restituire dignità alla vita delle persone. Il pensiero di un grande poeta, come ha affermato Moravia nella celebre orazione funebre per la morte violenta di Pasolini, morte ancora avvolta dal mistero. Perché Pasolini è soprattutto un poeta, per gentilezza d’animo, per forma di scrittura e per immaginazione.

Alberto Moravia

Alberto, che ti ha sempre apprezzato e difeso, ha urlato il giorno del tuo funerale delle parole appassionate, definendoti un grande poeta civile. Poeta impegnato, ma senza retoriche patriottiche, fuori dai codici tradizionali della poesia ufficiale alla Carducci che certamente tu non amavi.” (Caro Pier Paolo – Pag.133)

Moravia e Maraini
Moravia e Maraini

Il ritratto che la Maraini dipinge di Pasolini è un ritratto affettuoso ma niente affatto celebrativo.

Dacia non nasconde il rapporto di dipendenza ossessiva che Pasolini aveva con la madre, come non nasconde la problematicità del sesso con i ragazzini, anche se sostiene che Pier Paolo era tutt’altro che predatorio, sempre gentile e giocoso. Viveva la sua omosessualità come espressione di libertà.

Di particolare interesse sono poi le discussioni, che la Maraini riproduce, tra essa stessa e Pasolini sulla legalizzazione dell’aborto (Pasolini era provocatoriamente contrario all’aborto) e sul ruolo della donna, che per Pasolini era fondamentalmente legato all’essere madre (questo, in parte, spiega la sua posizione sull’aborto ).

Ai margini del racconto dell’amicizia con Pasolini, Dacia Maraini ci regala un ritratto inedito di Maria Callas, grondante di spaurita umanità.

Ho capito allora che dentro la diva dalla voce tonante, c’era una bambina impaurita e fragile, una bambina dalle radici che si allungavano nel lontano e povero Peloponneso, una bambina che, nonostante il grande successo internazionale, non si fidava di sé stessa e del suo glorioso posto nel mondo.” (Caro Pier Paolo – Pag. 163)

Dacia Maraini
Dacia Maraini

Poi naturalmente, sparsi nei ricordi principali, ci sono le presenze di tutte le persone che Pasolini frequentava e che quindi frequentavano anche Moravia e la Maraini. Ci sono notazioni che riguardano Elsa Morante, Laura Betti, Ninetto Davoli, Piera degli Esposti ecc…

Un libro la cui lettura fornisce uno spaccato originale degli intellettuali italiani del secondo novecento, un libro che non possono mancare tutti coloro che amano Pasolini.

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Polarizzazione e pensiero unico

Polarizzazione e pensiero unico

POLARIZZAZIONE E PENSIERO UNICO

Sono fortemente preoccupato per gli sviluppi sociopolitici nei paesi occidentali, e segnatamente nel nostro, in merito alla polarizzazione della contrapposizione tra una maggioranza di persone che ricalcano le posizioni dei governi e sono schierati apertamente per un appoggio all’Ucraina, ed una minoranza di pacifisti che è contro la guerra tout court e ritiene che vi siano delle responsabilità anche dalla parte occidentale (leggi Nato – USA).

Covid 19

Ritengo che abbiamo visto negli ultimi anni una simile contrapposizione anche nella faccenda Covid 19, tra vax e no vax. La complessiva stupidità di molte delle posizioni no vax ha favorito tale polarizzazione, in cui i mezzi di comunicazione di massa hanno sguazzato.

Covid 19
Covid 19

È scontato che nelle democrazie occidentali, fortemente imperfette, i mezzi di informazione di massa gestiscono il consenso.  Così permettono un esito paradossale: una stragrande maggioranza di persone poco abbienti elegge dei governi. Questi garantiscono gli interessi di una ristrettissima minoranza di super ricchi.

I mass media

La stampa e le televisioni italiane sono storicamente velinare (un tempo si diceva così per stigmatizzare l’abitudine di non svolgere attività di ricerca giornalistica in proprio ma di limitarsi a quello che arriva dal Viminale. Quelli che non si sono adeguati hanno a volte persino pagato con la vita: vedi Ilaria Alpi).

Quelle statunitensi però un tempo non lo erano e sono state capaci di produrre uno scandalo Watergate. Allora il premio Pulitzer aveva un vero significato. La situazione è progressivamente cambiata a partire dall’undici settembre.

Con lo sviluppo mondiale della pandemia si sono scontrati interessi politici ed economici enormi che poco avevano, e hanno, a che vedere con la salute pubblica. Lo scontro tra Repubblicani e Democratici per il controllo degli States, gli immensi interessi delle industrie farmaceutiche, in casa nostra la contrapposizione tra centrosinistra e destra prima, con il governo Conte, poi quella sorta di governo di unità nazionale con l’asse Draghi – Mattarella.

L’Ucraina

In questa vicenda di aggressione militare all’Ucraina, la gestione dei mezzi di comunicazione di massa a mio avviso ha fortemente contribuito alla polarizzazione dello scontro tra interventisti e pacifisti. Essa è arrivata a definire una sorta di pensiero unico che rimanda al chi non è con me è contro di me di antica memoria.

Tutto questo senza volere entrare in merito alla questione ed invitando tutti a non irrigidire o dare per scontate le proprie posizioni. Ritengo che questo sia il miglior contributo che si possa dare non tanto a quelli che so’ cugini e fra parenti nun se fanno comprimenti, ma a quelli che sono, come noi, quer popolo cojone

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Borsch

Borsch

BORSCH

Non intendo riaprire un’antica diatriba tra ucraini e russi sulla paternità di questa ricetta. Ben più gravi motivi di contrasto esistono tra i due paesi.

Forse se la rivalità si limitasse ad una questione culinaria si risolverebbe molto più facilmente e senza sofferenze, magari davanti ad una tavola imbandita.

Mi sono innamorato di questo piatto stupendo prima dalla letteratura (Majakovskij, Bulgakov, Simmel), poi immaginandolo, infine sperimentando e gustandolo.

Intanto la povera gente muore. Per colpa di un criminale che ha iniziato la guerra, con cui peraltro per vent’anni tutti hanno fatto affari facendo finta di non vedere le magagne grosse perché in fondo teneva a bada i comunisti (chissà come ciò mi ricorda qualcosa, proprio prima della seconda guerra mondiale : per esempio le olimpiadi di Berlino).

Comunque tra un criminale, un guitto con simpatie filonaziste e politici occidentali vari che ne traggono il loro interesse, io ho scelto di stare con la gente comune che crepa, siano essi civili ucraini, civili russi che muoiono dal 2014 nel Donbass (non se n’è mai accorto nessuno?), militari ucraini e militari russi, che hanno anch’essi mogli, madri e fidanzate.

Gli altri so cugini e tra parenti nun se fanno complimenti.

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La stazione

La stazione

JACOPO DE MICHELIS – GIUNTI – LA STAZIONE.

di Giuseppe Santilli

E’ raro trovarsi difronte a un giallo, per lo più italiano, di quasi novecento pagine. La stazione è il romanzo di esordio di De Michelis, di professione editor, che ha impiegato otto anni per scriverlo.

In realtà questo romanzo di De Michelis è un’opera complessa che ha dentro, anzi che ha una dentro l’altra, tante facce di una storia avvincente e piena di sorprese.

Innanzitutto c’è un approfondimento psicologico dei personaggi, unitamente alle loro vicende di vita, quasi a riaffermare, questione ormai assodata nei gialli moderni, che non esistono casi interessanti senza i destini interessanti di coloro che se ne occupano.

Jacopo De Michelis
Jacopo De Michelis

LE TANTE ANIME DEL LIBRO

C’è una descrizione minuziosa della vita nelle grandi stazioni (qui si tratta della stazione centrale di Milano) e degli emarginati che la frequentano, fino a inventare un mondo sotterraneo del tutto verosimile, a metà tra il possibile e il fiabesco. Una descrizione che provoca orrore e che affascina, insieme.

C’è la ricostruzione della immane tragedia dell’olocausto, attraverso il racconto della deportazione degli ebrei dalla stazione di Milano, verso i campi di sterminio. La testimonianza di una sopravvissuta ad Auschwitz, mutuata dalla testimonianza di Liliana Segre, ci riporta nel dramma delle vite umiliate prima e poi spezzate, che gridano vendetta anche dopo 60 anni e che pretendono di essere ricordate.

C’è l’amore, quello magico, quello che incontri una sola volta nella vita se sei fortunato. In questo caso la magia dell’amore è rafforzata dalla sensibilità visionaria di Laura, la protagonista femminile del romanzo.

C’è la descrizione dei riti wudù, del loro significato profondo; quindi, disancorato da una visione che li confina nel recinto della pura superstizione. Qui questa ritualità assume una forza catartica e si integra con la vita dei personaggi che in qualche modo la subiscono.

la stazione centrale 1
la stazione centrale 1

LA VITA DEL POLIZIOTTO

Poi, soprattutto, c’è la vita del poliziotto, dello sbirro, quello vero, che vive per risolvere i casi, in particolare quelli che hanno pesanti implicazioni con le vicende personali di chi indaga. Riccardo (Cardo) Mezzanotte ha la passione cocciuta di Maigret, la filosofia e i metodi investigativi border-line di Schiavone. Riccardo è per così dire, un figlio d’arte. Suo padre Vittorio è stato, fino alla uccisione, avvenuta in circostanze misteriose, il capo della polizia milanese.

Parlare con la gente e consumare le suole delle scarpe, ecco cosa doveva fare un buon poliziotto.”

(La stazione . De Michelis)

la stazione centrale 2
la stazione centrale 2

La storia è costruita con grande meticolosità e studio delle fonti, restando tuttavia fresca e coinvolgente, al netto di qualche lungaggine di troppo, soprattutto nella descrizione dei riti wudù.

Per lo stile non si può non pensare ai grandi gialli nordici di Joe Nesbo, alla loro apparente semplicità, alla trama complessa ed ai continui colpi di scena.

I MEANDRI DELLA STAZIONE CENTRALE

La Stazione Centrale di Milano è un pianeta a sé, è come una riserva di pellerossa nel mezzo della città. (Giorgio Scerbanenco)

Possente come una fortezza, solenne come un mausoleo, enigmatica come una piramide egizia”, la stazione Centrale di Milano, nella quale ho ambientato il mio thriller, risulta ben più che una semplice scenografia sul cui sfondo accadono le vicende narrate. Ne è a pieno titolo uno dei personaggi, forse addirittura la vera protagonista.” (Jacopo De Michelis. Intervista per Giunti Editori)

la stazione centrale 3
la stazione centrale 3

LA STORIA 1

Milano, aprile 2003. Riccardo Mezzanotte, un giovane ispettore dal passato burrascoso, ha appena preso servizio nella Sezione di Polizia ferroviaria della Stazione Centrale. Insofferente a gerarchie e regolamenti e con un’innata propensione a ficcarsi nei guai, comincia a indagare su un caso che non sembra interessare a nessun altro: qualcuno sta disseminando in giro per la stazione dei cadaveri di animali orrendamente mutilati. Intuisce ben presto che c’è sotto più di quanto appaia, ma individuare il responsabile si rivela un’impresa tutt’altro che facile. Laura Cordero ha vent’anni, è bella e ricca, e nasconde un segreto. In lei c’è qualcosa che la rende diversa dagli altri. È abituata a chiamarlo “il dono” ma lo considera piuttosto una maledizione, e sa da sempre di non poterne parlare con anima viva. Ha iniziato da poco a fare volontariato in un centro di assistenza per gli emarginati che frequentano la Centrale, e anche lei è in cerca di qualcuno: due bambini che ha visto più volte aggirarsi nei dintorni la sera, soli e abbandonati.

Nel corso delle rispettive ricerche le loro strade si incrociano. Non sanno ancora che i due misteri con cui sono alle prese confluiscono in un mistero più grande, né possono immaginare quanto sia oscuro e pericoloso. Su tutto domina la mole immensa della stazione, possente come una fortezza, solenne come un mausoleo, enigmatica come una piramide egizia. Quanti segreti aleggiano nei suoi sfarzosi saloni, nelle pieghe dolorose della sua Storia, ma soprattutto nei suoi labirintici sotterranei, in gran parte dismessi, dove nemmeno la polizia di norma osa avventurarsi?

LA STORIA 2

Per svelarli, Mezzanotte dovrà calarsi nelle viscere buie e maleodoranti della Centrale, mettendo a rischio tutto ciò che ha faticosamente conquistato. Al suo ritorno in superficie, non gli sarà più possibile guardare il mondo con gli stessi occhi e capirà che il peggio deve ancora venire. La stazione è, allo stesso tempo, thriller e romanzo d’avventura.

Mescolando i generi più popolari con vorticosa generosità d’invenzione, Jacopo De Michelis continuamente apre e chiude davanti agli occhi del suo lettore le porte di storie differenti eppure sempre collegate, e lo conduce in giro per sotterranei favolosi e inquietanti senza mai perdere il filo di Arianna della sua scatenata gioia di raccontare. (scheda Giunti Editori).

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Leonard Cohen  Popular Problems  2014

Leonard Cohen Popular Problems 2014

LEONARD COHEN POPULAR PROBLEMS 2014

di Sante Fernando Tacca

Popular Problems è il tredicesimo album da studio di Leonard Cohen, pubblicato nel 2014, due giorni dopo aver compiuto ottanta anni.

La copertina ce lo mostra appoggiato ad un bastone da passeggio, in quella che è diventata nell’ultimo periodo della sua vita la sua divisa d’ordinanza, borsalino giacca e cravatta, come nell’album del 2012 Old Ideas.

ALBUM CAPOLAVORO

Album capolavoro nella sua essenzialità e coerenza formale, composto di nove brani inediti cofirmati quasi per intero con Patrick Leonard, compositore, tastierista e produttore statunitense che ha curato anche l’arrangiamento musicale.

Retro
Retro

ARRANGIAMENTO MINIMALE CON VARI STILI.

L’arrangiamento dell’album pur essendo minimale è raffinato ed efficace, fatto di suoni ibridi, a metà tra l’analogico e il sintetico, con percussioni e batteria appena accennata e una spruzzata di organo hammond, chitarra slide, violino e pianoforte.

A dominare la scena è la voce cavernosa e catramosa di Leonard, che ricorda un po’ quella di Tom Waits, con i cori femminili a far da contrasto angelico alle melodie da lui talora appena accennate.

Gli stili dei vari brani vanno dal blues al gospel, da coloriture country a venature soul, dal r&b al folk.

IL MONDO POETICO DI COHEN

All’album il poeta e cantautore canadese affida le sue riflessioni disincantate sugli affanni e i problemi che la vita ci pone davanti tutti i giorni, sui “popular problems” di cui è intessuta la vita stessa.

Sono i temi a lui cari dell’amore, della perdita e della solitudine, del destino, del dolore e della violenza, della ricerca perenne dell’assoluto e del senso della vita.

L’autore si pone molte domande e ha pochissime risposte.

MUSICA E TESTO POETICO CHE CATTURANO L’ASCOLTATORE.

La musica dell’album è affascinante nella sua sobrietà. Le melodie sono cullanti, ipnotiche, solo abbozzate e declamate dalla voce profonda del cantautore, che comunica soprattutto emozioni.

I cori femminili nel riprendere e ripetere il refrain assieme a lui si incaricano di dar loro una forma levigata e suadente.

I testi poetici dell’autore di Suzanne e di Halleluja, di questo ebreo errante e intelletuale zen, sono sempre ispirati e profondi.

Musica e testo si integrano in maniera efficace e potente. Le voci femminili sono quelle di Charlean Carmon, Dana Glover e Donna Delory. Al violino Alexandru Bublitchi, alla chitarra James Harrah, al basso Joe Ayoub, alle percussioni e batteria Brian MacLeod.

CD
CD

I BRANI

SLOW

L’album si apre con Slow, dove su un basso ostinato Cohen ci espone le sue riflessione sul ritmo dell’universo, sul trascorrere del tempo e sulla caducità della vita. Un elogio della lentezza che il cantautore dice di aver sempre sentito nelle vene. “Non è perché sono vecchio, non è per la vita che ho fatto, sono sempre stato lento, la lentezza è nel mio sangue”.

Un elogio della lentezza giocato anche ironicamente su doppi sensi erotici, oltre che filosofici. “Sto rallentando la canzone, non sono mai stato veloce, tu vuoi arrivarci presto, io voglio arrivarci per ultimo”.

ALMOST LIKE THE BLUES

Segue Almost Like The Blues , un blues cupo che descrive guerre e genocidi, storie di violenze, una litania degli orrori. Mali del mondo che il suo sguardo non riesce a reggere e verso cui si sente impotente “Ho visto gente morire di fame, si uccideva, si stuprava. I loro villaggi erano in fiamme, tentavano di fuggire via. Non riuscivo a sostenere i loro sguardi, fissavo la punta delle mie scarpe… era tragico, era quasi come il blues”.

E allo scetticismo dei sapienti contrappone la semplicità dei peccatori “Non c’è alcun Dio nei cieli, e non ci sono inferi sotto noi, tanto dice il grande professore di tutto quel che c’è da sapere, ma ho ricevuto l’invito che un peccatore non può rifiutare, ed è quasi come la salvezza, è quasi come il blues”.

SAMSON IN NEW ORLEANS

Il terzo brano Samson In New Orleans è un inno straziante per il dolore e la desolazione provocate dall’uragano Katrina sulla città di New Orleans nel 2005, patria del jazz a lui tanto cara. L’introduzione è affidata a semplici accordi di organo elettronico. Le atmosfere si fanno allusive e metaforiche con il personaggio biblico che vuole abbattere le colonne del tempio calato nella realtà tragica post-inondazione. “Dicesti come può accadere, dicesti come può essere, non ci sono più catene in paradiso, gli uragani impazzano liberi… E noi che invocavamo pietà dal fondo della fossa, la nostra preghiera era forse così dannatamente indegna che il Figlio l’ha respinta? Riunite allora gli assassini, prendete chiunque in città, portatemi tra quei pilastri, lasciate che abbatta questo tempio”.

Ad aumentare il pathos, al centro e alla fine del brano, i cori angelici e l’intervento struggente del violino che intona un canto commovente e consolatorio.

A STREET

In A Street ricompare la desolazione e la consapevolezza che niente sarà più come prima all’indomani dell’attentato dell’11 settembre. È anche l’estremo saluto ad una persona amata. “Ho pianto per te stamani e piangerò per te di nuovo, ma non decido io per il dolore…”.

Semplicemente incantevole il refrain finale dove assieme alla sua voce roca si uniscono i cori femminili di Charlean Carmon e Donna Delory a chiosare “The party’s over, But I’ve landed on my feet, I’ll be standing on this corner, Where there used to be a street…” “La festa è finita, ma sono caduto in piedi, e me ne sto qui in quest’angolo, dove una volta c’era una strada”.

DID I EVER LOVE YOU

In Did I Ever Love You, su un intro di pianoforte acustico molto suggestivo, Leonard intona il suo monologo interiore sui tormenti e le lacerazioni dell’amore, fatto di sole domande a cui non sa dare risposte.

C’è qui tutto lo stordimento e il disorientamento verso quegli amori indefiniti e precari, fatti di disillusioni e rimpianti. “Ti ho forse mai amata, ho forse mai avuto bisogno di te, ti ho forse mai fatto la guerra, l’ho forse mai voluto?”. E i cori femminili che ripetono le domande senza risposta su un veloce e inatteso ritmo country-western. Dopo l’intervento anche qui del violino che tutto avvolge e ricompone riappare il monologo di Leonard ad intonare “Ti ho forse mai amata, ma importa poi davvero, ti ho forse mai fatto la guerra, non devi mica rispondermi…”.

MY OH MY

Anche il brano successivo My Oh My tratta il tema dei rimpianti e degli amori precari, dell’amarezza per qualcosa che non c’è più. Dopo l’apertura di una chitarra slide che richiama le sonorità del suo celebre conterraneo Neil Young, con un ritmo r&b sintetico e venature soul, la voce profonda del cantautore intona “Non è stato difficile amarti, non ho dovuto provare, ti ho avuta per un pochino…”. Mentre tutti gli altri ragazzi gesticolano per attirare la sua attenzione, lui l’ha avuta senza sforzo e senza provare. Per un po’. Ma poi non sa spiegarsi perché quell’amore sia finito, perché lui l’abbia lasciata andare. E come in una scena enigmatica di un film carica di rimpianti le dice “Ti ho accompagnato alla stazione , non ti ho mai chiesto perché…”.

NEVERMIND

Nevermind è dedicata alle vittime innocenti di tutte le guerre, affinché non vengano mai dimenticate.

Si intravede qui quella che forse le riassume tutte, l’eterno conflitto israelo-palestinese, allorché il canto arabeggiante di una voce femminile sembra intonare “Salaam” “La pace sia con voi”.

Il ritmo è pulsante con suoni sintetici di cassa elettronica e percussioni avvolgenti mentre la voce di Cohen e delle coriste si alternano a vicenda. “La guerra è persa, il trattato siglato, non mi hanno preso, ho passato il confine, non mi hanno preso, ma molti ci hanno provato. Vivo tra di voi ben mimetizzato, ho dovuto lasciarmi la vita alle spalle, ho scavato fosse che non troverete mai. La storia si racconta con fatti e menzogne, avevo un nome. Ma non importa, Non importa…”.

Fino appunto all’emergere della sinuosa melodia intonata dalla bellissima voce di Donna Delory, corista storica di Madonna.

BORN IN CHAINS

Semplici accordi di organo elettronico introducono la successiva e bellissima Born In Chains, dove le radici ebraiche dell’autore riemergono tutte in questo vero e proprio gospel laico. Meditazione potente e profonda e ricerca perenne sul senso della vita. Leonard rievoca le acque del Mar Rosso e invoca la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto per abbracciare “la Parola delle Parole e la Misura di tutte le Misure”.

Bellissimo il dialogo tra la sua voce roca e le voci angeliche della coriste in una melodia che sa di liturgico e di sacro. “Parola delle Parole e Misura di tutte le Misure, Benedetto sia il Nome, il Nome sia Benedetto. Scritto nel mio cuore in Lettere di fuoco. È tutto quel che so. Il resto non riesco a leggere…”

Il brano raggiunge vette altissime. La chiusura è incantevole con la dissolvenza di pianoforte, organo elettronico e cori femminili.

YOU GOT ME SINGING

You Got Me Singing è la degna conclusione di un album magnifico. Ballata folk senza tempo segnata dall’accompagnamento della chitarra acustica e del violino klezmer, con l’andamento cullante della melodia e la chiamata e risposta tra la voce di Leonard e la voce di Dana Glover.

Ritorna il tema a lui caro della condizione e della sofferenza umana contrapposta al divino, che laicamente può trovare una sua salvezza nell’esistenza stessa, nella parola e nei testi poetici, nella Musica stessa intesa come vita.

Cohen come il Re Davide della sua canzone forse più famosa, che scelse il peccato con Betsabea, ci canta la sua prigionia, le catene che lo tengono legato al suo passato.

E nonostante tutto il dolore e le desolazioni del mondo l’autore continua a sentire una spinta insopprimibile a cantare la sua canzone laica e il suo inno di Halleluja alla vita. “Mi hai fatto cantare come un galeotto in prigione, mi hai fatto sperare che il nostro piccolo amore duri…Mi hai fatto cantare anche se il mondo non c’è più, mi hai fatto pensare che mi piacerebbe andare avanti. Mi hai fatto cantare anche se tutto è andato storto, mi hai fatto cantare quel canto di Halleluja”.

Grazie Leonard. Trentase minuti di pura bellezza. E tu, se mi stai leggendo, prova ad ascoltare lentamente” quest’album. Sarà un’esperienza emozionante e lo riascolterai sicuramente tante altre volte.

Spotify: Album: Popular Problems

https://open.spotify.com/album/1WkGbKUjhOMru7uYl25jJb?si=rt6MpjphSqmenvnRrRZniA

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Franz Schubert Improvvisi

Franz Schubert Improvvisi

FRANZ SCHUBERT IMPROVVISI Op.90 e Op.142

Retro
Retro

Franz Schubert (1797-1828)

Franz Schubert
Franz Schubert

di Sante Fernando Tacca

GIOIELLI MUSICALI

Gli Improvvisi Op.90 e Op.142 di Schubert sono gioielli musicali di rara bellezza.

Sono uno dei capolavori della produzione pianistica romantica. Vi propongo l’interpretazione di Alfred Brendel, uno dei dei maggiori interpreti Schubertiani, famoso per aver eseguito anche tutti i concerti per pianoforte e orchestra e tutte le sonate di Mozart e Beethoven.

Le registrazioni degli Improvvisi per Philips risalenti agli anni 1972-74 sono un riferimento assoluto nella discografia schubertiana.

Sia l’Op. 90 che l’Op.142 sono un ciclo composto da 4 composizioni brevi, in tonalità vicine, indipendenti tra loro e compiute in sé. Schumann ritenne i 4 Improvvisi dell’Op.142 i movimenti di una sonata, ma in realtà la critica musicale successivamente ha confermato trattarsi di brani indipendenti.

L’INTERPRETAZIONE DI BRENDEL

L’esecuzione di questi capolavori, nell’interpretazione di Brendel, suscita un coinvolgimento emotivo intenso da parte dell’ascoltatore.

Soprattutto nei momenti in cui il compositore sembra volersi confessare per comunicare le proprie aspirazioni, i desideri inappagati. O là dove sembra descrivere la nostalgia di un’età innocente che non tornerà. O ancora quando, dopo tumulti e passaggi drammatici, fa emergere dal nulla melodie incantevoli che, come preghiere di infinita dolcezza, sembra rivolgere al cielo.

CREATORE DI MELODIE CELESTIALI

Sono i momenti in cui l’arte di Schubert eccelle in quella che rimane la sua cifra stilistica per eccellenza: la creazione di melodie celestiali che commuovono nel profondo.

Sono le grandi melodie che ritroviamo anche nei Lieder, nei Landler, nei Valzer, ma che qui sono condensate in queste miniature pianistiche libere, quali sono per l’appunto gli Improvvisi.

POETA ROMANTICO

Shubert scrisse gli Improvvisi Op.90 e Op.142 nel 1827, un anno prima che la sua giovane vita si spegnesse all’età di soli 31 anni. Compose i primi 4 in estate e i restanti 4 in autunno.

Contemporaneo dei grandi classici e poco più giovane di Beethoven, egli è stato un poeta del romanticismo pianistico. Dopo di lui verranno Mendelssohn, Schuman, Berlioz, Chopin, Liszt.

Mendelssohn, qualche anno dopo, trarrà ispirazione da questi Improvvisi per le Romanze senza parole e Chopin per i Preludi e gli Studi.

Schubertiade
Schubertiade

SCHUBERTIADI

Il compositore viennese, autore tra l’altro dell’Incompiuta (Sinf. n.9 in Si min) e della Grande (Sinf. n.10 in Do magg) non conobbe il successo come Sinfonista. L’autore dei Lieder nella sua breve vita non saprà mai il successo immortale che le sue opere avranno dopo la sua morte. Figlio di un maestro e maestro egli stesso per pochi anni, ebbe solo occasionali contatti con la società aristocratica viennese.

Era ammirato e apprezzato soprattuto da ristrette cerchie di amici appartenenti alla società piccolo borghese “Biedermeier”. Non solo amici ma ispiratori, esecutori della sua musica o ascoltatori estasiati. Amici che nei momenti del bisogno lo finanziavano e sostenevano. Erano scrittori, studenti di legge, poeti, pittori come Kupelwieser, cantanti come il baritono Vogl.

E in queste serate di incontri più o meno goliardici, in queste “Schubertiadi”, lui era il protagonista assoluto che incantava tutti con la sua musica. Era il “libero artista”, il bohémien dalla vita irregolare e precaria.

ASPETTI FORMALI

Il termine Improvviso era già stato utilizzato dai boemi Tomasek e Vorisek nel 1821 per definire pezzi pianistici tripartitici A/B/A, bitematici, simili alle bagatelle beethoveniane. Pezzi cioè composti da una sezione A che viene ripetuta variata dopo una sezione mediana B, e il cui fluire musicale è affidato alla presenza di 2 Temi contrapposti in dialettica reciproca.

Mentre questi tuttavia erano semplici abbozzi e schizzi, base per ulteriori sviluppi ed elaborazioni, con Schubert finiscono col diventare vere e proprie opere brevi, compiute in sé, spontanee e perfette al loro primo apparire. I temi e le melodie sgorgano per essere godute così come sono, senza bisogno di analisi né di possibili e ulteriori sviluppi.

POETICA SCHUBERTIANA

Quella degli Improvvisi è musica raccolta, intimista, sede di confessione personale, in cui la grande melodia concentra in poche pagine l’universo poetico ed esistenziale dell’autore. Che è quello del “viandante”, del “vagare” verso una meta sede di speranza e felicità.

Lì, dove tu non sei; lì, è la felicità” recita il testo di uno dei suoi Lieder “Der Vanderer” su una lirica di Georg Philipp Schmidt von Lübeck. La felicità che lui non trova nella vita reale di tutti i giorni.

E allora la musica diventa per Schubert strumento e diario dell’anima in cui riversare le proprie frustrazioni, le ambizioni represse, i sogni e la felicità agognata e mai realizzata.

GRANDI MELODIE

È una musica che cattura al primo ascolto per la bellezza delle incantevoli melodie che Schubert sa far apparire all’improvviso. E ce le porge su un tappeto sonoro fatto di trine e ricami armonici non meno belli e affascinanti. Temi che si rincorrono con arpeggi e figurazioni sempre mutevoli e cangianti e con pulsazioni ritmiche sorprendenti.

ASCOLTO emozionante

Gli 8 Improvvisi ascoltati in successione regalano emozioni difficilmente traducibili a parole.

Il fascino e il mistero della musica del resto è tutto in questa intraducibilità. I suoni, le frasi musicali, le armonie che sorreggono splendide melodie, il ritmo stesso comunicano altro dall’esprimibile a parole.

Tutti i tentativi (come farò nelle note di ascolto finali) che provano a descrivere ciò che le sonorità comunicano non fanno altro che prendere a prestito immagini e analogie proprie ad altre esperienze sensoriali. E allora ogni descrizione sarà sempre parziale e approssimativa. L’ascolto e le sensazioni provate rimangono l’unica e vera esperienza reale.

Il primo ciclo dell’Op.90 tocca le tonalità di Cm, Eb, Gb e Ab.

Il secondo ciclo dell’Op.142 tocca le tonalità di Fm nel primo e ultimo Improvviso e quelle di Ab e Bb nel secondo e terzo.

Sono tutti incantevoli e ognuno nell’ascoltarli e riascoltarli preferirà alcuni rispetto ad altri.

Come ad es. il n.3 in Gb dell’Op.90 o il n.2 in Ab e n.3 in Bb dell’Op.142, tutti celebri e famosi.

L’ammirazione per il compositore, che ha creato (o solo scoperto?) questa musica meravigliosa, si unisce a quella per l’interprete che ce la restituisce in forma smagliante.

Buon ascolto.

P.S.

Se la giornata non ha girato come avreste voluto, mettete sul piatto gli Improvvisi di Schubert e vi riconcilierete con il mondo.

*NOTE DI ASCOLTO – Op.90

Il n.1 dell’Op.90, Allegro molto moderato, in tonalità di Do minore (Cm), è forse quello più drammatico. Capolavoro assoluto intriso di profonda desolazione con un ardente desiderio di pace e serenità.

Inizia con due ottave di Sol in maniera ambigua e senza riferimenti tonali, tanto da sembrare la fine di qualcosa, ciò che resta di una conclusione. Poi come fosse un ricordo o un sogno compare una marcia. Prima senza accompagnamento e poi ripetuta finalmente con l’affermazione della Tonica di Do minore a definirne la tonalità.

Dopo alcune variazioni compare un altro tema ricavato dal tema precedente della marcia, seguito da altre variazioni con arpeggi bellissimi. Alla fine dei quali compare una melodia dolcissima e struggente, quasi una preghiera rivolta al cielo.

Tutto il materiale sonoro viene ripetuto con la marcia sempre più marcata e staccata ad accentuarne l’aspetto drammatico, seguita poi da altre bellissime variazioni con arpeggi. Al termine delle quali ricompare l’incantevole melodia prima ascoltata.

Dopo ulteriori passaggi e un’ampia coda, il brano termina modulando dolcemente nella luminosa tonalità di Do maggiore, quasi un desiderio insopprimibile al riposo e alla pace interiore.

Il n.2, Allegro, in tonalità di Mi bemolle maggiore (Eb), inizia con scale cromatiche ascendenti e discendenti piene di grazia e d’innocenza. Sembra di assistere al libero volteggiare di una libellula o di un piccolo uccello sopra fiori profumati.

È una sorta di “Studio” alato in tempo ternario, di scrittura virtuosistica e ardita che prefigura le più geniali figurazioni del tardo Chopin.

Nella parte mediana in Si minore (Bm) riaffiorano però meditazioni improntate a mestizia e scoramento, subito allontanate dal ripresentarsi dei voli pindarici iniziali. Come a voler riaffermare il forte desiderio di libertà e felicità.

Subito frustrato però dalla conclusione inattesa e sorprendente in tonalità di Mi bemolle minore, quasi fosse la dimostrazione dell’autoconsapevolezza, da parte dell’autore, dell’impossibilità che il desiderio possa essere esaudito.

Il n.3, Andante mosso, in Sol bemolle maggiore (Gb), è una vera e propria Serenata percorsa da una delle più belle e celestiali melodie Schubertiane, e per questo uno dei più amati e certamente il più celebre della raccolta.

Sopra un meraviglioso ricamo di arpeggi della mano sinistra si alza il canto ineffabile e struggente, intimo e lirico, della mano destra. La melodia si sviluppa senza ripetizioni, attraversando anche la sezione mediana, piena di ombre e modulazioni, prima di ritornare al suo flusso rilassato e sognante nella parte finale.

Nonostante la tonalità maggiore, che dovrebbe risultare brillante e solare, il brano è intriso di profonda tristezza e malinconia, di tenero e commosso rimpianto.

Da questo Improvviso Mendelssohn, da lì a qualche anno, trarrà ispirazione per le sue Romanze senza parole.

Il n.4, Allegretto, in La bemolle maggiore (Ab), è in tempo ternario e inizia con un primo Tema caratterizzato da due elementi contrapposti: una serie di accordi arpeggiati su cui si innesta un corale.

Dopo un secondo Tema appena accennato si passa alla parte centrale, al Trio in in Do diesis minore (C#m), dove compare una melodia appassionata e drammatica, quasi beethoveniana, resa emotivamente più intensa dalla ribattitura di potenti accordi insistiti. Segue la riesposizione della parte iniziale con toni pensosi ed elegiaci.

*NOTE DI ASCOLTO – Op.142

Il n.1, Allegro moderato, in Fa minore (Fm) è il più ampio e articolato e forse anche il più ispirato di questi quattro improvvisi. È in forma di rondò, cioè in forma ternaria ampliata (A-B-A-B-A).

Il nucleo poetico dell’intera composizione è nella parte centrale dove la melodia è sognante e lirica e il tempo sembra che sia sospeso. A questa si alternano episodi caratterizzati da “un’ornamentazione leggera e fantastica” come li ebbe a definire Schumann.

Il n.2, Allegretto, in La bemolle maggiore (Ab), uno dei più popolari degli 8 Improvvisi è un piccolo Minuetto con una melodia cantabile in tempo di valzer che richiama l’Improvviso n.4 Op.90.

La sezione del Trio in re bemolle maggiore è caratterizzata poi da arpeggi e modulazioni toccanti e commoventi. Ritorna alla fine la melodia iniziale in forma intimistica e contemplativa.

Il n.3 Andante, in Si bemolle maggiore (Bb), anch’esso molto noto, è formalmente un Tema con 5 Variazioni, secondo il modello classico utilizzato e sviluppato da Beethoven.

Il Tema molto cantabile che Schubert utilizza è quello già usato nel Quartetto in La minore e nelle musiche di scena per Rosemunde.

Le 5 variazioni si susseguono in maniera giocosa e divertita, ora privilegiando il virtuosismo, ora la dolce cantabilità, ora le ornamentazioni fatte di scale e arpeggi.

Alla fine ritorna in pianissimo il tema originale in forma pacata e solenne.

Dispiace il giudizio critico e severo di Schumann su questo Improvviso, una presa di posizione troppo rigida non condivisa da critici autorevoli come Alfred Einstein e da numerosi altri.

Il n. 4, Allegro scherzando, in Fa minore (Fm) è come il primo in forma di rondò.

Altamente virtuosistico assomiglia un po’ ad un Capriccio, ma da questo si distanzia per l’assenza di estrosità e la presenza invece di una sottile malinconia e una pacato inquietudine, tuttavia piene di fascino.

Per approfondire l’ascolto

1) Franz Schubert

The complete Impromptus; Moments Musicaux
Alfred Brendel, pianoforte (Philips Classics, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

2) Franz Schubert
Piano Works 1822-1828
Alfred Brendel, pianoforte (Decca, disponibile anche su Apple Music e Google Play)

P.S.

Per i riferimenti alle Tonalità e alla loro denominazione anglosassone vedi quanto da me riportato nell’articolo sul Circolo delle Quinte.

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Il cardellino

Il cardellino

DONNA TARTT – BUR RIZZOLI – IL CARDELLINO

di Giuseppe Santilli

L’ARTE E LA BELLEZZA.

Il cardellino è un dipinto “olio su legno” grande poco più di un foglio A4, realizzato nel 1654 da Carel Fabriutius. Rappresenta un cardellino posato su un poggiolo, trattenuto da una catenella legata ad una zampina. Il cardellino è un piccolo uccello dipinto che rappresenta la bellezza incatenata, il fascino di una piccola cosa impossibile da vivere se non per pochi istanti, come il suo volo limitato.

Dipinto
Dipinto

Theo Decker ha tredici anni quando una bomba esplode nel museo Metropolitan di New York e uccide sua madre. Da solo al mondo, il cardellino, quadro amato e contemplato da sua mamma, con la deflagrazione, finirà nelle sue mani e accompagnerà Theo fino all’età della maturità.

Con questo libro Donna Dartt ha vinto il prestigioso premio Pulitzer nel 2014. Il Cardellino non è solo un romanzo di formazione (la memoria va inevitabilmente al giovane Holden di Salinger), è anche un giallo, un libro di avventura, un on the road, una contaminazione di culture, una gangster story……

Il giovane Holden
Il giovane Holden

Insomma un poderoso e accattivante romanzo di 900 pagine. Forse troppe cose, troppe pagine, ma molte bellissime per costruzione, per la storia sempre in evoluzione, per la scrittura accurata. E poi le ultime 70 pagine dense e ispirate, ripagano lo sforzo di una lunga lettura. Ma soprattutto “Il Cardellino” è un romanzo sulla perdita.

Donna Tartt
Donna Tartt (Photo by Timothy Greenfield-Sanders/Corbis via Getty Images)

Com’era possibile sentire la mancanza di qualcuno come io sentivo quella di mia madre? Avrei voluto morire, da quanto mi mancava: era un bisogno terribile e fisico, come quello d’ossigeno sott’acqua. Sdraiato senza riuscire a prendere sonno, cercavo di ritrovare i ricordi più belli che avevo di lei – di imprimermela nella memoria, per non dimenticarla, ma al posto dei compleanni e dei momenti felici continuavano a tornarmi in mente scene banali come quella in cui, pochi giorni prima che morisse, mi aveva fermato appena fuori dalla porta di casa per togliermi un filo dalla giacca della divisa della scuola.” (D. Tartt – Il Cardellino).

I LUOGHI E LE CONTAMINAZIONI

Nel “Cardellino”, all’inizio c’è molta America. New York con le sue strade, il Central Park, il Village, i quartieri eleganti. C’è il fascino della grande metropoli negli occhi di un bambino che vive con una madre che ama la sua città. Dopo un periodo di transizione successivo alla tragedia che lo ha investito, Theo si trasferisce con il padre a Las Vegas, dove abita in posto ai limiti del deserto. Las Vegas con le sue luci, le sue allucinazioni, patria dell’approdo del mito americano in un paesaggio di violenza, droga e solitudine. Poi alla morte del padre ancora New York, raggiunta rocambolescamente da un adolescente che nasconde un piccolo cane in una borsa.

La parte finale del romanzo è ambientata in una Amsterdam invernale e lattiginosa, con i suoi canali, le sue biciclette. In questa città semi-dormiente si svolge una conclusione pirotecnica, che ricorda le scene più crude dei films di Quintin Tarantino.

La composizione dei luoghi rimanda a una contaminazione di culture e generi che attraversa tutta la lunga narrazione del Cardellino.

Donna Tartt dimostra di avere metabolizzato i classici americani e di avere, inoltre, anche una ottima conoscenza della cultura e della letteratura europea (in particolare della letteratura classica Russa).

Dipinto
Dipinto

L’America è sempre presente nell’azione, nel modo di fare dei personaggi, l’Europa si sente nel modo di pensare e nel significato che assume l’esistenza umana.

Questa coesistenza di valori e riferimenti viene meno nell’epilogo. Qui la cultura europea diventa dominante con il superamento della divisione manichea tra il bene e il male, tipica di una certa cultura americana.

Certe volte puoi sbagliare tutto e alla fine viene fuori che andava bene?……….. non ho mai tirato una linea netta tra il bene e il male come fai tu. Per me , spesso quella linea non esiste. Le due cose non sono mai separate. Una non può esistere senza l’altra. “ E’ Boris che parla, l’amico di sempre di Theo. Qui il riferimento è esplicito. Poco prima Boris parla dell’Idiota di Dostoevskij: “tutto quello che Myskin fa è buono…altruista…tratta tutti con compassione e comprensione e a cosa porta tutta quella bontà? Omicidi, disastri…” (Il Cardellino- D. Tratt)

L'idiota
L’idiota

LA BELLEZZA CI SALVERA’

“…come coi quadri sia possibile conoscerli a fondo, quasi abitarli, anche attraverso le riproduzioni.” Qui è Hobie, prima tutore di fatto, poi socio in affari ed amico di Theo, che parla. Parla della Recherche di Proust e ricorda come ne “Un amore di Swann”, questi si innamora di Odette, perché è raffreddata, imbronciata, poco curata, e somiglia alla ragazza di un affresco di Botticelli. “Proust stesso conosceva solo attraverso una riproduzione. Non aveva mai visto l’originale nella Cappella Sistina. Perché il tratto della bellezza è il tratto della bellezza, non importa se è passato dalla fotocopiatrice un milione di volte “

La scintilla della bellezza, la luce che emanano le opere d’arte, è l’incanto della vita e il Cardellino è la forza che consente a Theo di sopravvivere e dare un senso alla sua esistenza.

Donna Tartt
Donna Tartt

“…E così come la musica è lo spazio tra le note, così come le stelle sono belle per il vuoto che le separa, così come il sole colpisce le gocce di pioggia da una certa angolazione e proietta un prisma di colori attraverso il cielo – allo stesso modo lo spazio in cui io esisto, e voglio continuare a esistere, e a essere franchi, in cui spero di morire, è la zona di mezzo: dove la disperazione si è scontrata con la pura alterità e ha creato qualcosa di sublime….Perché solo entrando nello spazio intermedio, nel confine policrono tra verità e non verità, essere qui a scrivere tutto ciò diventa tollerabile.” (Il Cardellino – D. Tartt)

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Brad Mehldau

Brad Mehldau

BRAD MEHLDAU SONGS – THE ART OF THE TRIO – VOL. III – 1988

Brad Mehldau -pianoforte / Larry Grenadier – contrabbasso / Jorge Rossy – batteria

di Sante Fernando Tacca

La scelta di una prima proposta è sempre impegnativa e foriera di mille dubbi. Il criterio che ho deciso di seguire tuttavia non è quello di essere gradito ai miei pochi lettori ma il desiderio di suscitare curiosità e interesse verso artisti e opere che magari ad un primo ascolto possono anche risultare ostici e di non facile lettura.

Non so perché ma il primo artista a cui ho pensato è stato Brad Mehldau, uno tra i più grandi pianisti jazz al mondo, che per formazione classica e temperamento è stato additato come l’erede di Bill Evans (cosa che lo infastidisce), e che per lirismo viene anche accostato a Keith Jarrett, altro mostro sacro.

Elenco brani
Elenco brani

Qui parliamo soprattutto di Trio Jazz, e cioè della classica formazione pianoforte-contrabbasso-batteria con cui si sono cimentati innumerevoli artisti, i cui massimi risultati estetici e formali si sono raggiunti appunto con il Trio per eccellenza che ha rappresentato per anni il modello formale di riferimento per tutti i successivi Trii che si sono succeduti: quello appunto di Bill Evans con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria (la memorabile serie di concerti al Village Vanguard di New York nel 1961 immortalata nei due album Waltz for DebbySunday at the Village Vanguard, rappresentano ancora oggi una pietra miliare).

Tutta la discografia di Mehldau è degna di nota, avrei potuto scegliere qualsiasi album, ma la mia scelta istintiva è caduta su un album pubblicato nel 1998, il Vol. 3 della sua pentalogia “The Art Of The Trio”.

La formazione

La formazione è quella che per anni lo accompagnerà con Larry Grenadier al contrabbasso e Jorge Rossy alla batteria (nel 2005 Rossy verrà rimpiazzato da Jeff Ballard).

Si tratta di un album intimista e lirico, dalle atmosfere crepuscolari e sognanti che a partire dalle Songs che prende a prestito dal pop, dai grandi standards o dai brani che lui stesso compone, gli consente di poter dispiegare quella che secondo me è la sua caratteristica principale: saper esporre la melodia con una tale maestria e maturità artistica da rivestirla di invenzioni improvvisative armoniche e ritmiche fatte di un continuo contrappunto delle due mani, totalmente e miracolosamente indipendenti l’una dall’altra, sia da un punto di vista melodico che ritmico. Ad un primo ascolto ciò può non apparire perché la bellezza espositiva apparentemente semplice può mascherare quello che in realtà dopo ripetuti ascolti risulta emergere in tutta la sua complessità e raffinatezza.

Ed è per questo che Song appartiene agli album che acquistano sapore ad ogni successivo ascolto, rivelando di sé (come direbbe Paolo Conte con la sua “Milonga”) molto più, molto più di quanto apparisse.

Cinque brani sono di Mehldau, tre sono standards e due sono “chicche” riprese dal pop: la bellissima River Man di Nick Drake e Exit Music (For a Film) dei Radiohead.

Brani magnifici

Tutti i brani sono magnifici a partire dal Song-Song iniziale che da cupo e malinconico evolve poi in sonorità più chiare ed espansive, segnato per tutta la sua durata da un andamento swingante elegante e raffinato e da in interplay tra i musicisti veramente intrigante. Segue poi Unrequited, un brano lirico e virtuosistico al tempo stesso, dove Larry Grenadier si ritaglia un assolo al contrabbaso di pregevole fattura e dove Mehldau a circa trequarti del brano improvvisa in maniera strepitosa facendo compiere alle sue mani indipendenti quel miracoloso contrappunto che prima veniva ricordato.

A seguire un brano di Richard Rodgers e Lorenz Hart Bewitched, Bothered and Bewildered, standard ricercato dai jazzisti per la sua bellezza melodica e armonica, splendidamento reso qui da Mehldau con il suo Trio in una magnifica interpretazione con il contrabbasso a fare da contrappunto e i piatti e le spazzole della batteria a cesellare i vari momenti della melodia.

Da ricordare l’indimenticabile e ineguagliata versione che nel ’56 Ella Fitzgerald fece di questo brano, con Paul Smith al piano, Barney Kessel alla chitarra, Joe Mondragon al contrabbasso e Alvin Stoller alla batteria, versione che è vietato non conoscere.

A seguire l’incipit inconfondibile di Exit Music (For a Film) dei Radiohead che evidentemente piacciono molto al nostro pianista dato che anche in altri album sono presenti brani tratti dal loro repertorio. Mehldau dopo una fedele esposizione della melodia si avventura in improvvisazioni molto belle e suggestive di gran classe.

Retro
Retro

La canzone dei Radiohead

La canzone dei Radiohead compare nell’album pluripremiato del 1997 OK Computer  ma fu scritta specificatamente per i titoli di coda del film del 1996 diretto da Baz Luhrmann  William Shakespeare’s Romeo+Juliet, rielaborazione in chiave post-moderna della celebre tragedia. Questo brano ha sempre avuto su di me l’effetto del dejà-vu, nel senso che l’attacco iniziale utilizza una cellula tematica che a me ricorda l’incipit di una famosa canzone di Antonio Carlos Jobim Insensatez, la quale a sua volta mi ha sempre ricordato l’incipit del Preludio n.4 in Mi minore di Chopin (provare ad accostare i brani in sequenza rovesciata per credere).

Ma questo in musica si verifica spesso: utilizzare più o meno inconsapevolmente una cellula tematica molto caratterizzata, melodicamente o ritmicamente, composta di poche note, per iniziare una melodia che poi evolve dopo poche battute verso il proprio autonomo e originale sviluppo, un fenomeno cioè che niente a che vedere con il plagio.

Dopo altri due brani molto belli a propria firma At Loss e Convalescent in cui viene esaltato il magnifico interplay che si instaura tra i musicisti (così come avviene nell’ultimo brano Sehnsucht), subentra la splendida ballad For All We Know canzone scritta nel ’34 da J. Fred Coots e Sam M. Lewis, interpretata e ripresa da numerosissimi artisti e musicisti, di cui a me piace ricordare la splendida versione che ne fece Nat King Cole (la cui bellezza timbrica vocale per me supera tutte le altre).

La grandezza

Qui Brad mostra tutta la sua grandezza nel trattare un bella melodia plasmandola e interpretandola in base alla propria sensibilità, rispettandone i tempi ed esaltandone le soluzioni armoniche.

A seguire un brano di Nick Drake (autore cult inglese, introverso e geniale, scomparso all’età di soli 26 anni di cui Brad è estimatore): la splendida River Man presente in Five Leaves Left del 1969.

Bellissima versione strumentale da parte del Trio di una canzone di per sé bella, intrigante e misteriosa sia per la musica che per il testo (occasione per riascoltare il bellissimo album Five Leaves Left).

Commovente versione di Young at Heart

Subito dopo una versione dolcissima e commovente di Young at Heart di Johnny Richards e Carolyn Leigh, una canzone del ’53 portata al successo da Frank Sinatra. Dopo una delicata introduzione iniziale ed esposizione della melodia in chiave quasi onirica che richiama il mondo dell’infanzia, con tanto di carillon a caratterizzarne l’atmosfera ed il mood, subentra nello sviluppo successivo un’inquietudine e un turbamento come a ricordarne la nostalgia, subito seguita nella parte finale da una ritrovata serenità espressa in toni lirici con fraseggi e sonorità che rimandano alla sua formazione classica: il brano termina in maniera incantevole quasi fosse un notturno chopiniano. A dimostrazione di cosa può diventare una semplice canzone nelle mani creative di un grande artista come Brad Meldau.

Insomma un album da ascoltare e riascoltare, capace di svelare aspetti nuovi ad ogni ascolto.

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Il mare non bagna Napoli

Il mare non bagna Napoli

ANNA MARIA ORTESE – ADELPHI – IL MARE NON BAGNA NAPOLI

di Giuseppe Santilli

Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese

Il mare non bagna Napoli è una raccolta di cinque racconti brevi: “Un paio d occhiali”, “Interno familiare”, “Oro a forcella”, “La città involontaria” e “Il silenzio della ragione”.

Anna Maria Ortese è  nata a Roma nel 1914, napoletana di adozione. Ella visse per tanti anni a Napoli, fino alle polemiche suscitate da questo libro, pubblicato da Einaudi nel 1953 con la prefazione di Elio Vittorini.

Il mare non bagna Napoli fu giudicato uno scritto contro Napoli e il modo di essere dei suoi abitanti, fino al punto che l’autrice fu in qualche modo costretta ad abbandonare la città. Inoltre nell’ultimo racconto “il silenzio della ragione”  l’Ortese descrive impietosamente le vite, le paure e le bassezze umane dei suoi compagni intellettuali componenti il “gruppo sud”. Qui viene rintracciato il seme dell’ingratitudine per le persone che l’avevano accolta. La stessa Ortese nel 1994, scrive una breve prefazione alla raccolta, presente nell’edizione qui proposta, in cui in parte respinge le accuse. In parte però si giustifica, attribuendo un presunto eccesso di corrosività dei suoi scritti, a una sorta di nevrosi che la portava, a guerra finita, a rifiutare una realtà di macerie e devastazione.

Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese

A dire il vero, oggi dopo tanti anni, il mare non bagna Napoli appare come un piccolo capolavoro. Esso è composto da cinque gemme la cui cifra consiste in una febbrile rivolta contro una condizione di miseria materiale e morale.

Descrizione dei racconti

Il primo racconto “un paio di occhiali” è ambientato in un basso di Napoli. È la storia dell’acquisto di un paio di occhiali per una bambina fortemente miope. Al di là di essere una fonte di benessere per la bimba, gli occhiali sono l’occasione per scatenare un diluvio di cattiveria e di meschinità, di sporcizia morale, che non risparmia nessuno dei personaggi. Qui si manifesta in forma esplicita uno dei fili conduttori di tutta la raccolta: nella povertà non c’è niente di umano e di romantico. I buoni sentimenti non abitano nelle case dei poveri, frequentate, per condizione e cultura, da sentimenti abietti. Decisamente in controtendenza rispetto all’ottimismo buonista imperante negli anni Cinquanta.

La povertà non fa sconti, non concede pause al sorriso e alla bellezza, né a momenti di gioia occasionale. La bambina miope (brutta e cecata) vive in un antro semi buio dove il mondo esterno con la sua luce può essere al massimo immaginato.

Per il clima che il racconto ci restituisce sarebbe interessante indagare sull’ipotesi che questo scritto abbia potuto influenzare la sceneggiatura del film “brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola. Questo è uscito nel 1976 e, mutatis mutandis, ambientato nella periferia romana.

Il secondo racconto “interno familiare” è la descrizione del pranzo di Natale di una famiglia piccolo-borghese (commercianti). Predomina la pacatezza, o meglio, un senso di tristezza moderato, senza disperazione. Nella vita di Anastasia, che è la protagonista, l’amore è solo l’illusione di un attimo. Esso è una chimera destabilizzante a cui si può concedere solo lo spazio di un pensiero fuggente, per tornare subito alla piatta normalità di sempre.

Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese

In “oro a forcella” il protagonista è il quartiere di forcella, con il suo brulicare di gente, la sua vitalità e il perenne chiacchiericcio. Anche qui, tuttavia, i veri protagonisti sono i poveri, i loro bambini, i loro sotterfugi per sopravvivere e il loro eccessivo proliferare (i figli sono l’oro della gente di forcella).

Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee dell’Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui il mare non bagnava Napoli.” (A.M. Ortese – il mare non bagna Napoli).

La città involontaria” non è un vero e proprio racconto, anche se ne mantiene la forma narrativa. In realtà si tratta di un crudo reportage di denuncia sulla vita nei Granili. Questo è un edificio lungo circa 300 metri, una vergogna della Napoli di quegli anni.

Si passa da una vita appena dignitosa per gli abitanti dei piani alti, alla totale assenza di speranza e di possibilità di riscatto per coloro che abitano i piani bassi. La povertà si sposa con il buio. La povertà produce solo aberrazione accompagnata dalla totale scomparsa di valori. Lo scritto è pervaso da un profondo senso di rassegnazione e di pietà per la povera gente dei Granili.

Questo edificio ospitava circa tremila persone distribuite in 570 famiglie, un mostro che la Ortese con “la città involontaria” contribuì a fare smantellare.

L’ultimo racconto “il silenzio della ragione”, credo possa essere considerato il suo capolavoro. Ma anche, come abbiamo accennato all’inizio di questa nota, il motivo della rottura del suo rapporto con la città e di quello con gli intellettuali che la animavano.

Per quanto riguarda Napoli è descritta mirabilmente come un luogo di corruzione e di morte.

Da Portici a Cuma, questa terra era sparsa di vulcani, questa città circondata di vulcani, le isole, esse stesse antichi vulcani; e questa limpida e dolce bellezza di colline e di cielo, solo in apparenza era idilliaca e soave. Tutto, qui, sapeva di morte, tutto era profondamente corrotto e morto e la paura, solo la paura, passeggiava nella folla da Posillipo a Chiaia. “

Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese

E’ un grido contro la leggerezza, la superficialità e la rassegnazione che s’impadronisce della città nel secondo dopoguerra. Esaurito l’entusiasmo determinato dall’arrivo degli americani, in pochi anni si crea una disillusione collettiva, un’acritica accettazione della realtà sociale.

Questa disillusione, secondo la Ortese, coinvolge anche i suoi amici, compagni, del “ Gruppo sud”.

Prumas, Rea, Compagnone, Pratolini, son chiamati per nome e cognome e sono descritti come oramai un gruppo di rancorosi, disillusi, in cerca di fortuna e di fare carriera. Inoltre viene stigmatizzato il loro rapporto con le proprie compagne, caratterizzato da un sentimento di superiorità e quasi di disprezzo, quasi fossero un male necessario.

Stilisticamente il racconto, privo di una trama, si esaurisce in una passeggiata prima in tram e poi a piedi. Il disordine della città di Napoli fa da sfondo alla cialtronaggine e alla rassegnazione degli intellettuali napoletani.

Conclusioni

Questa raccolta, una perla rara nel panorama culturale Italiano, per bellezza, profondità e coraggio, rintracciabile a tale livello successivamente solo in Pasolini, è la dimostrazione come in letteratura, ma non solo, un estremo atto di amore possa essere fragorosamente frainteso.

Pasolini
Pasolini

Ed io, quindi, non ritengo Il mare non bagna Napoli un libro contro, ma su e dentro questa città, tanto necessario ieri quanto oggi e domani. È il fondamento su cui si poggia la narrazione odierna di Napoli, e forse ci servirà ancora del tempo per capirlo.” (Alessio Forgione – Corriere della Sera/Cultura del 16 giugno 2020).

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La donna gelata

La donna gelata

ANNIE ERNAUX – L’ORMA EDITORE – LA DONNA GELATA

di Giuseppe Santilli

La Donna Gelata è uscito in Francia nel 1981 ed è stato pubblicato in Italia, con la splendida traduzione di Lorenzo Flabbi, solo nel febbraio del 2021. L’autrice Annie Ernaux, considerata a livello internazionale uno dei più importanti intellettuali francesi, è semisconosciuta nel nostro paese. Questo è un primo dato da indagare: perché una paladina della autodeterminazione della donna e del femminismo evoluto non ha avuto successo nel nostro paese? E soprattutto perché è stata praticamente ignorata dal movimento femminista nostrano?

Annie Ernaux
Annie Ernaux

Una prima risposta può essere individuata nel fatto che il femminismo italiano, per una serie di circostanze storiche, ha privilegiato una lettura politica della condizione della donna. Con l’Ernaux ci troviamo in piena letteratura e l’oggetto della sua ricerca intellettuale è il rapporto uomo- donna a prescindere da qualsiasi caratterizzazione sociale e/ ideologica.

Tuttavia crediamo che la ragione profonda risieda nella capacità dell’autrice di andare direttamente al cuore del problema. La subalternità della donna dipende da una storia millenaria di subordinazione fino a essere socialmente determinata e introiettata come unica dimensione possibile.

Annie Ernaux
Annie Ernaux

Non c’è nessun alibi, non c’è nessun maschio prevaricatore, nessuno stronzo di destra. La liberazione della donna passa per il superamento dei sensi di colpa e per l’annientamento dei propri fantasmi. “ Una donna spezzata” di Simone de Beauvoir è un lontano inizio di un percorso che sottrae alle donne il desiderio e la passione rendendole fredde (gelate). La disillusione come risultato inesorabile della consapevolezza della condizione di dolore e solitudine.

Una donna spezzata
Una donna spezzata

Le differenze, ma quali differenze? Non le notavo più. Mangiavamo insieme, dormivamo nello stesso letto, leggevamo gli stessi giornali, accoglievamo le dichiarazioni dei politici con la stessa ironia. I progetti erano in comune, cambiare macchina, prendere un altro appartamento, o una vecchia casa da ristrutturare, viaggiare quando i figli sarebbero stati più indipendenti. Ci spingevamo a esprimere lo stesso vago desiderio di cambiare stile di vita. Di quando in quando gli capitava di sospirare che il matrimonio è una limitazione reciproca ed eravamo tutti felici di scoprirci d’accordo. Sono finiti senza che me ne accorgessi, i miei anni di apprendistato. Dopo arriva l’abitudine. Una somma di intimi rumori d’interno, macinacaffè, pentole, una professoressa sobria, la moglie di un quadro che per uscire si veste Cacharel o Rodier. Una donna gelata.”

Esemplare, per la libertà di pensiero che esprime e per il rifiuto della rassegnazione a un ruolo socialmente assegnato, è la concezione della maternità. L’essere madre è descritto quasi come una gioia “postuma”: nel presente è solo dolore e costrizione.

Annie Ernaux
Annie Ernaux

La cifra della scrittura è alta. Si alternano dialoghi apparentemente semplici, mutuati dalla quotidianità, a riflessioni che appaiono come un intercalare, quasi un commento passo passo alla vita che si conduce.

Questo libro non ti sembra di leggerlo, ti da un pugno nello stomaco, mentre ti scorre in testa e dentro gli occhi ti passano le immagini che hai vissuto.

Con “La donna gelata” non ti sembra di leggere ma di assumere un’amara medicina di cui non puoi fare a meno.

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Una porta nel cielo

Una porta nel cielo

Roberto Baggio – Tea Edizioni – Una porta nel cielo

di Giuseppe Santilli

Una porta nel cielo è una ristampa del 2021 di un racconto/intervista scritto da Roberto Baggio, insieme ad Enrico Mattesini ed Andrea Scanzi, vent’anni fa. I temi trattati da Baggio a fine carriera sono attualissimi, anzi alcuni di questi appaiono oggi quasi profetici.

E’ una lettura che si dovrebbero regalare tutti gli appassionati del gioco del calcio, quello fatto di dribbling, di invenzioni, di fantasia, quello giocato nei cortili e nelle strade fino a esaurimento delle forze. Il calcio dei campetti polverosi, della sofferenza e della fatica. Baggio rappresenta tutto questo e avverte i profondi cambiamenti che all’epoca avvenivano nel mondo del pallone. Innanzitutto lo strapotere dei procuratori (oggi i veri padroni delle squadre e dei calciatori), la logica del commercio e delle plusvalenze applicata al gioco e il sopravvento del calcio fisico, muscolare, dove la classe, il tocco, il piede sensibile passano in secondo piano. Fino, a volte, ad essere un lusso che le squadre non si possono permettere.

Roberto Baggio
Roberto Baggio

“L’ispirazione di chi gioca a calcio con passione, specie se fantasista, non è tanto quella di segnare, ma di segnare in maniera originale, mai banale. Quel momento vale tutto. Questa, per me, è l’essenza del calcio. Un’invenzione continua.” (“Una porta nel cielo. Un’autobiografia )

Questo libro racconta naturalmente anche l’esperienza buddista, la frequentazione della preghiera come pratica quotidiana discreta, lontana dai riflettori, così come è stata riservata la sua vita privata. Attraverso la descrizione degli episodi sportivi emerge anche il valore che questo grande campione assegna ai rapporti umani (soprattutto all’amicizia) e al rapporto con la natura.

In una recente intervista data al quotidiano “La Repubblica” Baggio confessa di guardare raramente le partite di calcio in televisione perché le trova noiose e di stare bene lontano dalle parole, dai commenti sulle partite.

Roberto Baggio
Roberto Baggio

“ ….Roberto Baggio, l’ultimo attaccante italiano Pallone d’Oro (’93), l’unico azzurro ad aver segnato in tre mondiali (’90, ’94, ’98), nove gol, dà la stessa impressione. Di uno che è stato capace di uscire dal campo anche con la testa. In uno sport dove le stelle a quarant’anni faticano a lasciare: da Rossi (moto) a Federer (tennis) a Ibrahimovic (calcio) a Valverde (ciclismo), Baggio se n’è andato alla stessa età in cui oggi Cristiano Ronaldo gioca e fa programmi per il futuro. In questo è l’anti-Totti, parafrasando: speravo de lascià prima. “Lui non voleva smettere, io non vedevo l’ora. Lasciare mi ha ridato vita e ossigeno, stavo soffocando, troppo male, dolore fisico, quando da Brescia rientravo a casa, non riuscivo a uscire dall’auto, chiamavo Andreina, mia moglie, che mi aiutava ad aggrapparmi al tetto e poi a far passare il corpo…..” (La Replubbica 7 maggio 2021).

Da non perdere il profilo di uomo perfido e invidioso che Baggio disegna di Marcello Lippi, unitamente all’elogio per Carletto Mazzone.

Roberto Baggio
Roberto Baggio

Lippi “…era un caudillo, ostentava una condizione militaresca dello spogliatoio. Contro di me ha usato tutto il potere di cui era in possesso, nella speranza di annientarmi….Spero di aver dimostrato a tutti, coi fatti, quanto fosse in malafede e che incredibile abbaglio avesse preso col sottoscritto…”

“….Ho conosciuto molti allenatori. Alcuni erano bravi, altri meno. Con alcuni, la maggioranza ho legato. Con Carletto Mazzone, l’uomo che mi sarebbe piaciuto incontrare prima, è stato feeling a prima vista. Era completamente naturale. L’allenatore che avevo sognato: schietto, sincero, lontano da ogni ipocrisia, da ogni invidia, totalmente insensibile al fascino del potere autoritario, alle adulazioni interessate. Se il calcio fosse popolato da tanti Mazzone, sarebbe ancora quello che appariva ai miei occhi di bambino, lo sport più bello del mondo.” (“Una porta nel cielo. Un’autobiografia )

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Il Fratello

Il Fratello

Jo Nesbo- Einaudi Stile libero – Il Fratello

di Giuseppe Santilli

“Siamo una famiglia. E dobbiamo restare uniti perché non abbiamo nessun altro. Amici, fidanzate, vicini, compaesani, lo Stato. Non sono che un’illusione e non valgono un cazzo il giorno in cui ti ritrovi veramente nel bisogno. Allora saremo noi contro loro, Roy. Noi contro tutti quanti gli altri.»

Roy conduce una vita ritirata e gestisce una pompa di benzina, Carl, il fratello minore vive in Minnesota dove diventa imprenditore edile. Quando Carl torna tra le montagne con il grandioso progetto di costruzione di un hotel, con lui ritorna anche il passato con tutte le sue vicende oscure.

Jo Nesbo
Jo Nesbo

Un libro di seicentoquaranta pagine sull’ambiguità, la perversione e la malvagità della famiglia chiusa, della famiglia come recinto, come territorio da difendere anche con l’omicidio. La famiglia come territorio del male, dove la curvatura della morale finisce per generare la morte all’interno di essa stessa.

Questo romanzo, che non fa parte della serie del detective Herry Hole, anche se non raggiunge le vette del male assoluto presenti in Macbeth (Rizzoli 2018), ci offre una bellissima storia noir, collocata nelle montagne del nord della Norvegia, dove il dolore si autoriproduce. Una storia americana per ambientazione , con tanto di Cadillac, di pompe di benzina, di officine, di provincia sperduta. Americana anche per lo stile narrativo, che per una volta non è la sublime costruzione del giallo alla Nesbo, ma piuttosto somiglia alla sceneggiatura di un film. Un thriller americano, appunto, il cui paesaggio si estende dalle macerie umane a quelle della natura. Nesbo descrive un mondo marcescente, corrotto, nel quale prevale la propensione all’autodistruzione, con la solita grande maestria nella rappresentazione del crimine.

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Borgo sud

Borgo sud

Donatella di Pietrantonio – Einaudi – Borgo sud

di Giuseppe Santilli

Dopo aver vinto il premio Campiello nel 2017 con “l’ Arminuta”, Donatella Di Pietrantonio (di professione dentista pediatrico) pubblica nel 2020 “Borgo Sud” che poi sarà finalista al premio Strega nel 2021, (premio che avrebbe meritato largamente di vincere). Borgo sud è un quartiere periferico di Pescara e rappresenta, nel panorama della letteratura italiana, una tendenza a valorizzare la provincia e la periferia. La vita e la cultura sono ormai fuori dai grandi centri urbani.

Ci siamo addentrate tra le palazzine popolari e le case a uno o a due piani. Non ero mai stata in quel quartiere, ma sapevo che Adriana ci bazzicava da anni. La città mi sorprendeva, si rivelava più grande, diversa dalla mia mappa immaginaria limitata al centro e poche zone di periferia…….Sembrava un luogo separato, dove il tempo scorreva più lento e valevano altre regole.” (da Borgo Sud).

Donatella di Pietrantonio
Donatella di Pietrantonio

Tuttavia la grandezza del libro non risiede nella sua ambientazione, che pure è resa con tratti quasi pittorici, ma nel pulsare delle vite che la abitano, nelle relazioni umane tra diversi. Diverse sono le sorelle al centro della storia, una intellettuale e tendenzialmente fredda, l’altra, Adriana, ribelle e passionaria. In comune una cultura contadina di provenienza, che resta come legame. Che resta nel ricordo ma che non esiste più per nessuno.

L’autrice, in questo lavoro, possiede una capacità chirurgica di scavare nei sentimenti attraverso la semplice descrizione degli avvenimenti della vita. Le emozioni, i valori e i rapporti sono sempre “attaccati” ai fatti che succedono, non sono mai investigati in astratto. Questo dona al racconto una forza emotiva enorme che coinvolge e commuove. La scrittura, asciutta e profonda, è utilizzata come una luce che ci guida nell’esplorazione di una caverna: quella dei destini umani.

È il momento piú buio della notte, quello che precede l’alba, quando Adriana tempesta alla porta con un neonato tra le braccia. Non si vedevano da un po’, e sua sorella nemmeno sapeva che lei aspettasse un figlio. Ma da chi sta scappando?”

Buona lettura.

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Gli ultimi giorni di quiete

Gli ultimi giorni di quiete

Antonio Manzini – Sellerio – Gli ultimi giorni di quiete

di Giuseppe Santilli

Nel 2020 in piena pandemia Covid-19, Manzini abbandona, per una volta, la vita avventurosa del vice-questore Rocco Schiavone per scrivere questa storia, Gli ultimi giorni di quiete, il cui spunto è fornito da un fatto di cronaca.

Un ragazzo, figlio unico, viene ucciso nel corso di una rapina a una tabaccheria di proprietà dei suoi genitori. Nora e Pasquale trascinano quasi muti la loro esistenza, fino a quando lei non incontra casualmente l’assassino del figlio ormai uscito di galera. A questo punto Manzini ci descrive, con perizia e acuta sensibilità, due reazioni distinte e divaricanti, unite solo dalla sete di giustizia.

Pasquale è dominato dalla rabbia e cerca maldestramente di uccidere il rapinatore. Nora ha una reazione lenta e fredda, finalizzata alla costruzione paziente della vendetta. Alla fine, anche gli esiti di questa disperata ricerca sono profondamente diversi. Il marito, esaurito il percorso di elaborazione del lutto, è pronto per una nuova vita. La moglie, consumata la vendetta, si rifugia nell’assenza, nella consacrazione del vuoto.

Antonio Manzini
Antonio Manzini

L’armamentario è un classico della narrazione del dolore, quello straziante prodotto dalla perdita di una giovane vita, percepita come un vuoto innaturale e crudele.

Il romanzo rappresenta, sino ad ora, l’apice stilistico-narrativo di Manzini. La storia è ben costruita, senza ammiccamenti eccessivi al giallo e rende magistralmente le differenze psicologiche dei due protagonisti. Notevole è la capacità dell’autore di evitare gli stereotipi, ad esempio nobilitando in qualche modo la vendetta, senza farne però una esegesi, né tantomeno una legittimazione.

Il libro, forse per il periodo di pandemia che ha impedito le presentazioni pubbliche, o forse per il tema così impegnativo come quello della perdita di un figlio giovane, non ha avuto il riscontro che merita. E’ per questo che l’ho scelto come primo consiglio di lettura.

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Romanzo Colonia Penale

Romanzo Colonia Penale

Cari amici è stato pubblicato (ISBN 979-12-5961-009-6) il mio terzo romanzo Colonia penale dalla casa editrice Prospettiva editrice che ha già pubblicato il secondo, La sauna, e che colgo l’occasione per ringraziare per la fiducia accordatami. Il primo, Il Pastore. era stato pubblicato dalla casa editrice 0111 edizioni, come finalista del concorso 1 giallo x 1000, che egualmente ringrazio.

Si tratta sempre di un giallo della serie delle avventure di Fabio Marella, il manutentore investigatore. Sono storie a se stanti, ogni volume si legge indipendentemente dagli altri, ma sono unite, oltre che dal protagonista, da una serie di personaggi di contorno, e da una comune ambientazione, anche se in alcuni casi è diversa la location.

Copertina de Il Pastore
Copertina de Il Pastore

Rispetto ai precedenti c’è una evoluzione stilistica, cominciata già nel secondo. Nel primo, Il pastore, la scelta, confermata anche nei seguenti, di raccontare la vicenda in prima persona, tempo presente. Scelta di effetto ma impegnativa ed in un certo senso limitante. L’accaduto è narrato da un unico punto di vista (altri ci sono ma sono filtrati dal protagonista oppure possono emergere solo nei dialoghi). Anche degli antefatti possono solo essere visti passando per il personaggio principale.

Copertina de La sauna
Copertina de La sauna

Già nel secondo, La sauna, appaiono dei capitoli, evidenziati dal corsivo, in cui la narrazione è in terza persona al passato e si svolge una vicenda parallela. In questo caso si tratta di una vicenda attinente al protagonista, anche se lui non vi appare.

Copertina de Colonia Penale
Copertina de Colonia Penale

In questo terzo romanzo, Colonia Penale, la vicenda parallela, svolta nei capitoli in corsivo, assume una caratterizzazione storico sociale e converge, verso la fine, nella vicenda principale. Questa caratterizzazione stilistica continuerà nei successivi romanzi. Posso dirlo con sicurezza perché ne ho già ultimati due e sto lavorando al sesto della serie. Le tematiche saranno di volta in volta politiche, sociologiche, storiche ma sempre con la caratteristica di intrecciarsi alla vicenda principale. Non mi resta che augurare a tutti buona lettura.

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Giuseppe Santilli e la nuova rubrica

Giuseppe Santilli e la nuova rubrica

Cari amici, voglio comunicare l’apertura in questo Blog di una nuova rubrica, Zona Pavese (consigli per la lettura), e l’inizio di una, spero lunga e proficua, collaborazione. Voglio quindi presentarvi Giuseppe Santilli e la nuova rubrica.

Ma prima voglio spiegare questa scelta. Penso che questo blog possa crescere e diventare utile, interessante e godibile solo se si apre a collaborazioni che ne mantengano la coerenza ma arricchiscano i contenuti. Non è possibile per me, considerate le altre mie occupazioni, occuparmi di tutto da solo. Quindi questo è un esperimento, condotto con una persona a cui mi uniscono molte cose.

Se questo esperimento sarà proficuo cercherò di ricercare altre collaborazioni e probabilmente rivedere anche la veste grafica, la struttura ed il modo di presentare i contenuti. Spero molto che il futuro porti ad uno sviluppo proficuo.

Peppe ed io abbiamo frequentato insieme, a Roma, le scuole superiori e l’università. Abbiamo militato nella stessa formazione politica, Il Manifesto prima, poi diventato PDUP, infine Democrazia Proletaria. Quindi abbiamo abbandonato la militanza attiva per aprire, insieme ad alcuni membri del collettivo casilino, una fase di riflessione politica.

Ci siamo persi di vista nella maturità, ognuno preso a percorrere la propria strada, per poi rincontrarci qualche anno fa. Abbiamo scoperto, nonostante il tempo trascorso, di continuare a condividere valori, weltanschauung, concezione della cultura.

Peppe ha sempre avuto la passione della letteratura ed un acuto senso critico. Ora, pensionato, ha deciso di comunicare più continuativamente agli altri le sue riflessioni.

Quindi vi accoglierà Giuseppe Santilli e la nuova rubrica per servirvi corroboranti consigli di lettura.

I più sentiti auguri a lui ed ai suoi lettori.

Massimo Torsani

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La baita

La baita

LA BAITA

Cari amici, annuncio con piacere che il quarto romanzo, ancora inedito, della serie di Fabio Marella investigatore ha ottenuto una nomination al concorso letterario Giallo Festival III edizione. Qui di seguito la sinossi del romanzo.

La baita: Fabio Marella investiga in trasferta. Durante una vacanza sulla neve con tutta la banda di parenti ed amici avviene un omicidio. Questo porta la questura locale a richiedere la partecipazione del vicequestore amico di Fabio, in vacanza con lui. Questi coinvolge Marella nelle indagini.

Parallelamente Shoah dei bambini in Italia ai tempi del fascismo e traffico di bambini oggi si intrecciano alla vicenda principale, fino a convergere in una terribile soluzione poliziesca ed umana.

Questa volta ho deciso di ambientare il romanzo fuori dal solito contesto sardo. La location è in un luogo che conosco bene per esserci stato molte volte in vacanza. È una spendita località sciistica della provincia di Bolzano.

Purtroppo mi è capitato un inconveniente: dopo aver architettato il meccanismo della vicenda ho scoperto che uno degli elementi su cui si basava l’intreccio, una seggiovia, non esisteva più. Dall’ultima volta che ci ero stato era stata dismessa. Incidenti che capitano: consideratela alla stregua di una licenza poetica

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Colonia penale

Colonia penale

Colonia penale Castiadas
Colonia penale Castiadas

Il terzo romanzo della serie di Fabio Marella, il manutentore investigatore, uscirà prima di Natale ma ha già riscosso un successo. È risultato finalista al concorso letterario TRE COLORI. Ecco il link alla pagina del concorso:

Pasta e fagioli con le cozze

Pasta e fagioli con le cozze

Un accostamento insolito ma non privo di esempi nella tradizione. Una delle minestre tradizionali della cucina romana è quella di broccoli e arzilla, la razza pietrosa. La dose è basata sui sacchetti di cozze che in genere sono da due chili. Potete ridurre la dose oppure surgelare quella che avanza.

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Couscous di pollo

Couscous di pollo

Il couscous

Ho assaggiato questo piatto sublime la prima volta in Marocco, in casa però, non al ristorante. Li ho appreso a cucinarlo, ma come al solito, ne ho realizzato una mia versione particolare: io faccio rosolare bene il pollo. Poi uso il nostro zafferano, non il loro che è quasi solo un colorante. Infine loro usano il cumino dappertutto ma non nel couscous. Uso inoltre il couscous pronto, che non è male, perché farlo da zero è un grande impazzimento.

Le spezie

Le spezie dosatele secondo il vostro gusto tanto non abbonderete mai quanto loro. Una volta, nel medioevo, si mangiava molto speziato anche da noi. Cioè mangiavano così i ricchi che se lo potevano permettere. Questo non per la credenza che le spezie servissero come conservanti o per mascherare il sapore delle carni poco conservate per via della mancanza di frigoriferi. Chi le usava poteva permettersi di macellare una bestia ogni volta.

Status symbol

Le spezie erano così apprezzate perché costosissime visti i viaggi lunghissimi e pericolosi che erano necessari per trasportarle in Europa. Venezia costruì la sua fortuna sulle spezie. Queste, per i ricchi di allora, rappresentavano un vero status symbol. Tanto è vero che quando i prezzi si abbassarono, per le scoperte geografiche che permisero di trasportarle via mare, la moda cambiò e si passò ad un uso molto più limitato in cucina.

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Pollo e bamboo (Thai)

Pollo e bamboo (Thai)

Un piatto semplice da realizzare, che darà un tocco esotico ai vostri inviti. Potete reperire il bamboo in scatola in qualsiasi negozio di specialità esotiche. Preferite quelli gestiti da extracomunitari a quelli italiani chic: la qualità è la stessa ma i prezzi sono decisamente inferiori.

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Lasagna bianca

Lasagna bianca

Una ricetta che vi impegnerà non perché si particolarmente difficile ma per il tempo che richiede e la quantità di operazioni che dovrete svolgere. È un ottimo esercizio per imparare a muovervi velocemente in cucina. È importante non eseguire un’operazione alla volta ma imparare a svolgerne diverse contemporaneamente: mentre cuocete qualcosa preparatene un’altra. Sfruttate contemporaneamente più fornelli della vostra cucina. Esercitatevi a misurare tempi di esecuzione ed a svolgere contemporaneamente nella vostra mente più operazioni.

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Stracotto di asinello

Stracotto di asinello

Un piatto della tradizione lombarda. L’ho gustato la prima volta tanti anni fa, a casa di una amica di mia moglie, a Bresso, eseguito magistralmente dal suo compagno. L’ho potuto poi di nuovo apprezzare più recentemente a Milano, vicino ai navigli, in un locale per studenti. Uno di quei posti che non accetta prenotazioni e quindi, essendo molto economico, devi fare la fila fuori. Sorprendentemente era delizioso. Naturalmente, come tutte le altre, anche questa ricetta è da me interpretata.

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Carciofi alla romana

Carciofi alla romana

Innanzitutto non sono da confondere con i carciofi alla Giudia, che sono tutt’altra cosa. Seconda cosa si utilizzano i carciofi romaneschi ma non necessariamente i cimaroli (il carciofo centrale della pianta, più grosso e più bello ma più costoso) che impiegherete se volete fare bella figura. Terzo bisogna usare tantissimo olio se no non vengono (eventualmente potete conservarne parte in un vasetto in frigorifero per un’altra volta). Quarto è indispensabile la maggiorana, possibilmente fresca. Queste erano le regole di mia nonna: pessimo carattere ma una maga in cucina.

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Genitori e figli

Genitori e figli

Un episodio

Ho transennato un corridoio nella piazzetta del campeggio e sto sistemando le luci per la sfilata di moda che si svolgerà di lì a poco. Un bambino di circa tre anni continua a passare sotto le transenne. La mamma, lì vicino, sta armeggiando con il telefono. Le dico: “Signora, tenga il suo bambino. Qui ci sono dei stativi che sorreggono i riflettori non ancora fissati: potrebbero cadergli addosso”. Mi risponde indispettita: “Ci provi lei a tenerlo se ci riesce”. Questo episodio risale a qualche anno fa ma, con infinite varianti, vedo ripetersi continuamente questo schema tra genitori e figli e rimango ogni volta sconcertato.

genitori e figli sfilata di moda
Sfilata in campeggio

Non è indispensabile avere figli

Due fattori concorrono a definire questo tipo di rapporto familiare deviato tra genitori e figli. Per primo la convinzione che il no sia negativo per lo sviluppo del bambino. In secondo luogo la poca voglia di dedicare a questo attenzione, tempo ed energie. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, troppe coppie mettono al mondo figli perché questo sembra naturale, un necessario completamento della famiglia ed è voluto dalla consuetudine. I figli invece bisogna desiderarli con tutte le proprie forze ed essere disponibili, entrambi i genitori, a dedicare loro tutte le attenzioni, le energie ed il tempo necessario. Se no meglio rinunciare.

Il no ha una funzione cognitiva

genitori e figli giochi
Giochi di bambini

Il primo fattore invece merita tutta la nostra attenzione. I bambini apprendono con un meccanismo di prova – errore: tocco la punta di una spina, mi faccio male, non lo faccio più. Nello stesso modo avviene, o dovrebbe avvenire, nel rapporto tra genitori e figli. I primi dovrebbero favorire il formarsi di questa conoscenza derivante dell’esperienza diretta. Il no  quindi non ha solo una funzione educativa. Piuttosto afferisce alla sfera cognitiva. Si può affermare che senza ostacoli alla propria esperienza il bambino non configurerà correttamente i meccanismi della sua mente e si porterà appresso un deficit nella strutturazione dei suoi meccanismi mentali.

Dopo bisogna recuperare

In un supermercato, in fila alla cassa, un bambino di quattro anni piange, urla, strepita senza sosta: un capriccio terribile. I suoi genitori non sanno cosa fare: “Amore, non fare così. Ma cosa vorresti? Calmati, ti prego”. Lo guardo ed immagino di sentire i suoi pensieri con la voce di Paolo Villaggio in quel film famoso: “Fermatemi, vi prego. Mi sono infilato in un vicolo cieco e non so come uscirne senza perdere la faccia. Alla mia età è già tutto così difficile: non si può perdere anche la faccia. Sono incartato, come a scopone scientifico quando si sbagliano i conti. Anche uno scapaccione, ma fate qualcosa!”. Lì ci vuole un no: un adesso basta. Ma non solo quello: dopo bisogna recuperare. Bisogna coccolarlo e spiegargli cosa è successo, quello che non si deve fare e quello che invece va fatto. È necessario rispondere a suoi perché. Bisogna sempre rispondere ai perché dei figli. Mettendoci tutto il tempo che ci vuole e sacrificando il proprio tempo e la propria attenzione. .

genitori e figli bambina che osserva
Bambina che guarda il mondo

Al ristorante

Sarà capitato a tutti voi, al ristorante, di essere disturbati da una miriade di bambini che corrono tra i tavoli. Oggi io, per raggiunti limiti di età come padre, vado al ristorante con il cane ed una volta un gestore mi ha confidato: meglio i cani dei bambini perché in genere sono più educati. Quando ci andavo con i miei figli piccoli, questi mai si sarebbero alzati dal tavolo prima di tutti gli altri commensali. Gli portavamo, mia moglie ed io, i loro giochi, o, più grandetti, un giornalino. E poi almeno uno dei due, a turno, passava del tempo a giocare con loro, a rispondere alle loro domande, a prestargli attenzione. Quando proprio non sopportavano più la convivialità, il papà o la mamma si alzavano e rinunciavano alle chiacchiere con gli amici per portarli fuori a giocare. Questo significa dedicare del tempo ai figli e questo si fa solo se non è un sacrificio, se con loro ci si diverte. Altrimenti: fare i figli non è obbligatorio. Il pianeta è sovrappopolato e nessuno sentirà la mancanza di figli non realmente desiderati.

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Minestra di taccole e calamari

Minestra di taccole e calamari

In pescheria

I calamari sul banco della pescheria sono solo una pallida imitazione dell’animale vero. Flaccidi, dai colori smorti e la pelle che si stacca dal corpo, quasi sempre decongelati, non assomigliano per nulla a quando erano vivi.

In mare

Io li ho visti sott’acqua, di notte, illuminati dalla torcia subacquea. Colpiscono non solo per la straordinaria agilità e per la velocità, o meglio l’accelerazione. Passano dall’essere fermi in un punto ad un altro senza che quasi l’occhio non riesca a cogliere il movimento. Masi nota soprattutto il colore. Sono rossi, di un rosso acceso, brillante, quasi fosforescente. Una sola volta, a Messina, li ho visti quasi così, sul banco di una pescheria. Evidentemente li avevano pescati solo da pochissimi. Se avete la fortuna di trovare dei calamari freschi dovete assolutamente cucinarli alla brace.

La scelta

Per questa ricetta originale, che coniuga il sapore delle verdure con quello dei molluschi, vanno bene anche decongelati. Attenzione però a sceglierli: devono comunque essere tonici, di colore scuro, con la pelle ben attaccata al corpo. Se vedete la pelle a chiazze, il corpo flaccido, il colore quasi bianco lasciate perdere e cucinate una bella minestra di sole verdure

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Ragù di anatra

Ragù di anatra

Il ragù di anatra è una salsa dal sapore deciso ed insieme delicato. Io la utilizzo anche perché mia moglie non può mangiare carni di manzo e di maiale. È adatta per condire fettuccine e pappardelle. Può essere utilizzata per un risotto, anche se io non l’ho mai sperimentato. In questo caso sarebbe opportuno partire da un’anatra intera, macinare tutta la polpa, non solo quella del petto ed utilizzare la carcassa per fare un buon brodo, ovviamente da sgrassare prima di utilizzare per il risotto. Mmmh, penso che lo proverò a breve.

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Trump: elezioni ed incendi

Trump: elezioni ed incendi

Le manifestazioni di protesta

Perchè parlare di Trump, elezioni ed incendi? All’inizio del mese riflettevo sulla profonda crisi che stanno attraversando gli Stati Uniti. Ero spinto a ciò dalle tragiche notizie provenienti da oltre oceano a proposito delle prodezze della polizia americana contro le persone di colore e le conseguenti manifestazioni di protesta.  Non si tratta però solo della polizia bianca che uccide i neri. Nemmeno delle conseguenti proteste e, fatto nuovo, delle reazioni della destra oltranzista che appoggia il Presidente Trump. Questa, come a Portland a fine Agosto, arriva in gruppo compatto, trasportata grazie a chi sa quali finanziamenti, e si contrappone alle manifestazioni di protesta. La memoria corre alle squadracce fasciste che, chiamate e finanziate da industriali del nord e possidenti terrieri del sud, arrivavano su camion per attaccare le manifestazioni operaie e contadine.

La profonda crisi degli Stati Uniti

La crisi americana però non si limita a ciò. Essa è anche espressione della crescente disuguaglianza economica e della disperazione di milioni di persone che, a partire dalla crisi del 2007 hanno visto compromesso il loro dorato, almeno a fronte di altri paesi del mondo, livello di vita. È espressione del progressivo appannarsi di quel sogno americano che per secoli ha cementato quella società nella sicura speranza di un domani migliore. È percepibile nella crisi di quel senso identitario, nonostante le differenze tutti riuniti sotto la stessa bandiera, che nemmeno le manifestazioni contro la guerra in Vietnam erano riuscite a mettere in discussione più di tanto.

Penso che chiunque, europeo, sia sempre rimasto stupito come me dal fatto che, appena risuonano le prime note dell’inno americano, ogni abitante di quel paese si metta sull’attenti, la mano sul cuore. Una cosa del genere qui nel nostro paese è impensabile. Oggi forse comincia a non essere più così anche là. Per non parlare del venir meno di quella percezione dell’essere dalla parte del giusto, dell’essere i buoni, il settimo cavalleggeri, Alamo e via discorrendo, che gli americani avevano. Oggi persino a livello governativo sono più apertamente spudorati e spesso non parlano di interessi dell’umanità ma solo di interessi americani.

A partire da questo mi chiedevo quanto avrebbe potuto ancora tenere la democrazia in quel paese e riflettevo sui rischi, interni e d esterni, di una spaccatura in un paese che è la prima potenza militare mondiale, per di più nucleare. Per esempio: se Trump, come minacciato, avesse mandato la guardia nazionale a Portland ed una parte di questa, che ha tra i suoi componenti una percentuale nera maggiore della media nazionale, si fosse ribellata? Ho poi abbandonato questo tipo di riflessione pensando che, come al solito, stavo esagerando.

Paul Auster
Paul Auster

L’articolo dell’Ansa su Paul Auster

Qualche giorno fa ho letto un articolo sull’Ansa in cui si intervistava lo scrittore americano Paul Auster. Questi si dichiarava profondamente preoccupato per la situazione nel suo paese ed preconizzava scenari in cui Donald Trump non riconosce il risultato elettorale. Riporto qui di seguito due estratti da quell’articolo:

Ci stiamo preparando anche al caos post 3 novembre che sembra inevitabile negli Stati Uniti. Se l’elezione non avrà un esito certo per via delle schede elettorali inviate per posta, c’è la seria possibilità che Trump e i Repubblicani dichiarino vittoria anche se non avranno vinto. Oppure potrebbe vincere Biden, ma Trump potrebbe rifiutarsi di riconoscere i risultati e lasciare l’incarico.

Credo una cosa: l’intero esperimento americano è in pericolo in questo momento. Stiamo correndo il rischio di vedere questa democrazia imperfetta evolversi in una forma di governo autoritario. Una volta accaduto, non so se riusciremo mai a tornare all’esperimento americano. Sarà finita.

L’ipotesi dietrologica

Ho visto le mie preoccupazioni confermate. Allora sono stato colto da un grave attacco di dietrologia. Questa è una malattia che colpisce a volte tutti coloro che non si fermano all’apparenza delle cose e tentano di comprendere cosa sia accaduto o stia accadendo senza accontentarsi delle notizie propalate dai TG della sera.

Mi rendo conto che si tratta di una ipotesi non solo priva di prove ma anche molto azzardata. Del resto però a partire dal Dottor Stranamore è la filmografia americana che ci ha abituati a simili possibilità.

Incendio in Oregon
Incendio in Oregon

A fine Agosto viene ucciso un sostenitore di Trump negli scontri a Portland. Il Presidente, inveendo contro la gestione democratica di quella città, ha minacciato di inviare la guardia nazionale. Alcuni giorni dopo la west coast americana è in fiamme, in particolare l’Oregon. Portland, la sua città più importante, è coperta da una coltre di fumo e circondata dalle fiamme. Sarà un caso?

Vai all’articolo dell’ANSA su Paul Auster

Vedi l’articolo dell’ANSA su Trump e Portland

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POLLO RIPIENO DI CASTAGNE

POLLO RIPIENO DI CASTAGNE

Una ricetta impegnativa sia nella preparazione che nella cottura. Questa, sebbene possa essere effettuata in forno, è preferibile farla a riverbero della fiamma del fuoco di legna. Utilizzate un girarrosto. Il pollo, rigorosamente ruspante, o quantomeno allevato a terra, deve essere ben pulito. Tenete da parte le interiora ed eliminate l’esofago e la ghiandola dell’uropigio che sta sulla coda. Riempitelo, cucitelo bene e foderate il petto con prosciutto o pancetta,.Poi dovete legarlo in maniera acconcia, con le ali a protezione del petto e le cosce strette. Dovete inoltre fissarlo sullo spiedo in modo che non rotoli durante la cottura. Qesta è molto lunga: per un pollo ruspante di due chilogrammi pulito non sono bastate tre ore.

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ROSSANA ROSSANDA E L’OCCUPAZIONE DE IL MANIFESTO

ROSSANA ROSSANDA E L’OCCUPAZIONE DE IL MANIFESTO

Rossana Rossanda è morta

Rossana Rossanda è morta! La mia mente quasi si rifiuta di accettare la notizia. Sapevo fosse molto anziana. Avevo notato che da qualche anno non comparivano più suoi articoli sui giornali. Quei suoi interventi che ti costringevano a scontrarti con la realtà. Ma insieme ti davano la soluzione del problema, la spiegazione di cosa stesse accadendo, la linea. Il mio amico Lello Casagrande era molto più grande di me ed era uscito dal PC con lei e gli altri quattro eretici che nel sessantanove erano stati radiati dal partito per aver fondato la rivista Il Manifesto. Poco più che adolescente allora cominciavo a muovere i primi passi nel mondo misterioso della politica. Egli mi diceva sempre questo: aspettiamo cosa dirà la Rossanda, aspettiamo la linea.

L’errore di delegare

Lello era troppo accorto per ripetere l’errore di tutti quei compagni che aveva conosciuto, che erano rimasti nel partito e che da un giorno all’altro gli avevano persino tolto il saluto, alzando intorno a lui ed a quei pochi altri fuoriusciti un muro di ostracismo, Quell’errore che conduceva al senso fideistico con cui i compagni del dopoguerra aspettavano il pronunciamento di Togliatti per sapere cosa dire, come agire. L’errore di delegare ad altri, fosse pure la direzione, fosse pure il comitato centrale, la responsabilità di pensare. Lui me lo ripeteva nel senso di invitarmi ad attendere un’analisi con cui confrontarsi, certo, e su cui riflettere ma che avrebbe sicuramente fornito quegli elementi di comprensione della realtà che avrebbero reso tutto più chiaro, più comprensibile.

Le analisi della Rossanda

A questo mi ero abituato da ragazzo: a quelle analisi che non pretendevano di spiegare le cose ma rendevano più facile separare i fili di una matassa ingarbugliata e, come una bussola, erano in grado di guidarti nella perigliosa navigazione tra le secche del reale. Per questo mi sembrava quasi impossibile che quel faro potesse spegnersi e quasi attendevo, contro ogni possibilità, che un altro articolo arrivasse ad aiutarmi ancora una volta a capire, oggi che ce ne sarebbe davvero bisogno. Ora invece questa notizia razionalmente attesa, ma irrazionalmente ritenuta impossibile, mi fa sentire più solo.

Testata del giornale
Testata del giornale

Un episodio del passato

Mi ritorna alla mente un episodio di tanti anni fa, quando i compagni del Collettivo Casilino di cui facevo parte, insieme, se la memoria non mi tradisce, a quelli del Collettivo Edili di Montesacro, occuparono simbolicamente la redazione de Il Manifesto. Erano i tempi in cui la formazione politica del Manifesto non esisteva più: era confluita prima nel PDUP, poi in Democrazia Proletaria e quel giornale, il nostro giornale, come allora lo sentivamo, ne era non proprio l’organo ufficiale, ma comunque la rappresentazione informativa e culturale.

L’occupazione de Il Manifesto

Sinceramente non ricordo i motivi di quel gesto eclatante, ma che passò sotto silenzio perché non avevamo alcuna intenzione di recare danno alla testata con una pubblicizzazione della vicenda su altri organi di stampa. Ricordo invece una tempestosa riunione nei locali del giornale in via Tomacelli a Roma. Dalla parte della redazione c’erano, se la memoria non mi tradisce, Valentino Parlato, Tommaso Di Francesco e naturalmente Rossana Rossanda. Dall’altra parte del tavolo non ricordo chi ci fosse accanto a me. Ne ricordo la natura del contendere, lo svolgimento della discussione e tantomeno i suoi esiti, a parte che l’occupazione del giornale fu interrotta.

La caparbia volontà di capire

Ricordo bene Rossana Rossanda, la sua espressione. Mi sembrava quasi sorpresa di trovarsi in una situazione probabilmente così insolita per lei: tra i contestati, non tra i contestatori. Ricordo anche però la sua caparbia volontà di capire, di capirci. Ecco, se penso oggi a questa ragazza del secolo scorso, come si era definita, penso al suo grande insegnamento: sforzarsi sempre di capire, la realtà i processi in atto, le persone, le idee. Poi proseguire per la propria strada, ma prima capire. Questo è ciò che mi ha insegnato, il grande debito che ho con lei, quello che più di ogni altra cosa ha contribuito a costruire quello che sono oggi.

Rigatoni alla zozzona

Rigatoni alla zozzona

RIGATONI ALLA ZOZZONA

Un piatto tipicamente romano a cominciare dal nome. Io sono romano e quindi utilizzo moltissimo il prosciutto crudo in cucina.

Nei casi in cui non serva per estetica la fetta intera potete utilizzare dei ritagli. Nel caso acquistiate il prosciutto intero l’ideale sono le parti vicino all’osso. Oggi molti negozi, ed anche supermercati, vendono a prezzo più basso le parti finali dei prosciutti che affettano.

Si possono condire con questa salsa anche gli spaghetti, che in questo caso vengono chiamati spaghetti alla papalina.

Una interessante variante estiva si ottiene servendo questa pasta coperta di foglie di basilico spezzettate. Variante estiva per modo di dire perché ormai la disponibilità di quest’erba da cucina c’è per tutto l’anno o giù di lì.

È una pasta molto locale: la trovate quasi esclusivamente a Roma e provincia. Anche qui non è molto diffusa.

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Pesce bollito

Pesce bollito

PESCE BOLLITO

Il pesce bollito è una preparazione solo apparentemente semplice. Innanzitutto il court bouillon, cioè il brodo ristretto in cui cuocere il pesce è essenziale per conferire aroma, soprattutto se il pesce potrebbe essere non freschissimo oppure surgelato. A fine cottura potrete passare al colino lo stesso ed utilizzarlo per preparare una minestrina di pesce.

Lo stato di  cottura si verifica provando ad estrarre la prima spina della cresta dorsale: quando viene via il pesce è cotto. Non provate però molte volte perché finirete per estrarla comunque.

Per la cottura il pesce va preparato togliendo le squame e le interiora. Per queste ultime praticate una incisione dalla cavità anale verso l’alto arrivando fino al punto in cui si dipartono le due pinne pettorali. Non è necessario arrivare oltre e rimuovere le branchie. Quello si fa solo se dovete preparare un pesce ripieno.

Per pulire il pesce armatevi di pazienza: deponetelo su di un vassoio ed operate con coltello e forchetta. Rimuovete dapprima la pelle della metà rivolta verso di voi. Poi distaccate la cresta dorsale e quella pettorale. Praticate quindi una incisione longitudinale separando il filetto superiore da quello inferiore. Deponete su di un altro vassoio i due filetti tenendo presente che quello inferiore conterrà ancora le spine addominali. Quindi togliete testa e lisca, girate il rimanente, rimuovete la pelle dell’altro lato e liberate gli altri due filetti. Dedicatevi ora alla testa, tenendo presente che se il pesce è grande vi è una quantità di polpa squisita, per esempio nelle guance e nella nuca.

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Paté di olive

Paté di olive

PATE’ DI OLIVE

Questa preparazione ha due possibili utilizzi. Può, così come è presentata, essere utilizzata per guarnire dei crostini da servire come antipasto. Oppure può essere utilizzata, aggiungendo una maggior quantità di pelati, per realizzare un sugo da usare per condire la pasta.

Se avete già preparato il paté e ve ne avanza, potete utilizzarlo per la pasta aggiungendo un sugo di pomodoro semplice, all’aglio o alla cipolla, In questo caso guarnite alla fine con delle foglie di basilico e saltatevi la pasta aggiungendo parmigiano grattugiato.

Potete anche utilizzare delle olive verdi di buona qualità, tipo olive taggiasche, ma il miglior risultato si ottiene con le olive nere.

Potete servire un antipasto di crostini misti, utilizzando questo paté insieme con altri acquistati o preparati da voi. Le fette di pane, in cassetta od altro, tenetele in forno per una decina di minuti per bruscarle. L’ideale è utilizzare il grill senza girarle, in modo che si bruschino da un solo lato. Poi spalmerete i paté sul lato non bruscato.

Ricordatevi di guarnire con un componente diverso per distinguere i crostini, utilizzando poer esempio capperi, mezze olive snocciolate, fettine di cetriolini, quarti di pomodorino, pezzetti di limone ecc.

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Arista alla birra

Arista alla birra

ARISTA ALLA BIRRA

È un piatto concepito per l’estate con ingredienti, come i cipollotti freschi, estivi. Chiaramente da servire per cena con un clima non troppo caldo. La panna acida potete procurarvela in qualche negozio di alimentari rumeni, i quali  stanno fiorendo un po’ dappertutto.

Bisogna ridurre la parte liquida del fondo di cottura, perché la birra deve essere aggiunta in quel quantitativo, per ottenere la giusta dose di amaro del luppolo e di sapore di lievito. Va ridotta alla fine e non aggiungendo birra già ridotta perché, a seconda dell’intensità della fiamma e di quanto liquido rilasciano la carne ed i cipollotti, si potrebbe averte un risultato troppo liquido o troppo asciutto.

Si deve adottare l’indicazione di ridurre la parte liquida del fondo di tre quarti cum grano salis: bisogna regolarsi ad occhio per ottenere il risultato desiderato. È comunque un piatto che non consiglio a chi è alle prime armi in cucina.

Il piatto si ispira ad una cucina nord europea, visti una serie di ingredienti come la birra, la panna acida, la paprika, il burro. L’impiego dei capperi grossi bilancia in parte queste caratteristiche, rendendolo un piatto semplicemente europeo.

Si potrebbero usare anche dei capperi piccoli, i soliti, ma quelli grandi, privati del picciolo con cui comunemente si vendono, risultano più visibili e contribuiscono alla riuscita estetica del piatto.

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Bucatini col couscous

Bucatini col couscous

BUCATINI COL COUSCOUS

Per questa ricetta mi sono ispirato ad un piatto che ho mangiato in Calabria, sul mare, in provincia di Crotone. Mi è piaciuta questa idea di usare il couscous per rendere meno scivolosa la pasta lunga. Ovviamente l’ho interpretata a modo mio.

Naturalmente non preparo il brodetto di pesce apposta. Quando lo faccio. così come col brodo di carne, ne conservo una parte in una di quelle bustine di plastica trasparente che si usano per fare i cubetti di ghiaccio che metto in freezer. Posso così tirarne fuori anche una piccola quantità.

Per questa preparazione potete usare sia le cozze aperte sbollentandole che quelle aperte a crudo. Ovviamente aperte con questo secondo metodo  sono più saporite. Attenti comunque al sale perché l’acqua delle cozze nell’uno e nell’altro caso è molto saporita: impiegare del concentrato di pomodoro non salato e non aggiungete sale. Se, assaggiandolo, l’intingolo risulterà troppo saporito salate di meno l’acqua della pasta.

Per queste paste con poco o niente pomodoro è sempre opportuno conservare un poco di acqua di lessatura della pasta per diluire se necessario la pasta saltata e renderla così meno asciutta. Ci si può spingere fino a portarla in tavola per rispettare il gusto di chi la vuole più brodosa.

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Calamari fritti

Calamari fritti

CALAMARI FRITTI

È il piatto che richiama forse più di tutti la cucina di pesce eppure non è facile trovarlo eseguito bene sia al ristorante che in casa. Al ristorante conta la qualità dei calamari, quella dell’olio e quanto spesso si cambia l’olio della friggitrice.

I calamari devono essere freschi ma pescati da poco o quantomeno surgelati appena pescati e deve essere mantenuta la catena del freddo durante la conservazione. Si riconoscono quelli che rispettano questi precetti dalla pelle intera, non maculata e dalla brillantezza dei colori. L’olio della friggitrice al ristorante va cambiato spesso e vanno utilizzate friggitrici diverse almeno per il pesce e per gli altri alimenti.

In casa si può utilizzare una friggitrice oppure una capiente pentola per l’olio ed un termometro da cucina. L’olio non deve riempire quasi tutta la pentola altrimenti quando si immergono i calamari può strabordare. È importantissimo che l’olio sia in quantità largamente superiore all’alimento che si va a friggere, altrimenti la temperatura cala bruscamente rovinando la frittura.

Un’altra cosa importante è la farina: evitate di usare farina 00. Ci vuole una semola a grana grossa: se ne trova di grano duro ed è l’ideale, Attenzione a passare i pezzetti in un colino per liberarvi della semola in eccesso. Se siete costretti a friggere in più volte conservate in caldo quello già fritto (a meno che non vogliate friggere mentre i commensali mangiano, il che sarebbe la soluzione migliore). Non c’è nulla di peggio di un fritto freddo. Io scaldo il forno, poi metto i pezzi già fritti in una busta di carta paglia (quelle del pane) e la metto in una teglia nel forno spento.

Non mi resta che augurarvi buon appetito.

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Pollo con i peperoni

Pollo con i peperoni

POLLO CON I PEPERONI

Sapore d’infanzia: a casa mia si cucinava spesso d’estate, anche se in una versione diversa, senza prosciutto e con i peperoni crudi. Lo cucinava mia nonna che era di origine umbra, sebbene venuta a Roma da adolescente:  non conosceva a fondo la tradizione romanesca. Mio padre che non sopportava le pellicine, non lo mangiava.

A proposito di pollo con i peperoni ricordo un’esperienza adolescenziale. Eravamo andati a Santa Marinella in treno, io e due miei amici, a casa di un’amica di uno dei due. Questa era molto più grande di noi, studenti: era una affermata giornalista di Rai 3.

Ci mise a cucinare, o meglio a fare gli aiutanti per preparare un pollo con i peperoni in versione, a detta sua, cinese. Non ricordo la ricetta. Ricordo solo che era in bianco, senza pomodoro, e c’era il tabasco. Una ricetta probabilmente banale, certo non all’altezza dei miei standard di cucina attuali, ma allora, per noi ragazzi romani di periferia, aveva il sapore dell’esotico.

Mentre lavavo e affettavo peperoni potevo immaginare di essere un avventuriero in giro per il mondo, a gustare piatti nuovi e sperimentare quella vita per il momento solo sognata.

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Pollo intero spezzato

Pollo intero spezzato

POLLO INTERO SPEZZATO

Il pollo deve essere sicuramente ruspante. Come minimo il ruspante acquistato al supermercato. Meglio ancora se acquistato dal contadino. Quanto a questo c’è poi da distinguere: esistono contadini che allevano polli comprando i pulcini e contadini che utilizzano da sempre il sistema tradizionale.

Questo consiste nel tenere la biocca, così si dice in Umbria, cioè la gallina che depone le uova, essendo stata prima ingallata, cioè fecondata dal gallo. Questa le deve poi covare fino al loro schiudersi ed alla nascita dei pulcini. La differenza è grande perché, essendo le generazioni dei polli molto rapide nel succedersi, in relativamente pochi anni si possono o meno determinare mutazioni genetiche che rendono il pollo più vicino o meno a quello di allevamento.

Il pollo veramente ruspante deve avere la carne che, anche dopo la cottura, fatica a staccarsi dall’osso e va masticata. Polli che necessitano di una frollatura in frigorifero per almeno due o tre giorni dopo la macellazione. Io ho il mio pusher, in Umbria, di animali di bassa corte che mi fornisce polli. galline, tacchini e quant’altro, rigorosamente ruspanti allevati secondo il metodo naturale.

Il pollo e gli altri volatili di allevamento sono molto diffusi come tradizione nell’Italia centrale.

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Melanzane alla Fraginesi

Melanzane alla Fraginesi

MELANZANE ALLA FRAGINESI

Le ho chiamate così perché me le hanno insegnate degli amici in contrada Fraginesi, presso Castellammare del golfo, tra Palermo e Trapani. Si usa il consueto sistema meridionale per molte cose alla brace od al forno: passarle nell’olio e poi nel pane grattugiato.

Fraginesi è una contrada sotto il monte Inici, a qualche chilometro dal mare, alla base del promontorio che ha per punta San Vito lo Capo. Oggi questa zona è diventata famosa per la fiction televisiva Macari, tratta dai romanzi dello scrittore Savatteri.

Ricordo tantissimi anni fa un giro in barca con amici del luogo. Eravamo a pesca di granchi rossi che vivono nella linea di bagnasciuga sulle pareti di roccia (oggi lì c’è la riserva de Lo zingaro). Un nostro amico siculo di alza in piedi a prua ed inizia la melopea: Viddi, lu viddi, la fiocina, lu viddi… Sembrava un pescatore di altri tempi pronto a fiocinare il pescespada: residui di un tempo che fu.

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Parfait di mandorle

Parfait di mandorle

PARFAIT DI MADORLE

È sicuramente il mio dolce preferito in assoluto. Rispetto alla foto la presentazione, importantissima come in tutti i piatti ma soprattutto nei dolci, contempla un cioccolato più fuso, che avvolge e ricopre il semifreddo. Chiedo venia: era la prima volta che lo preparavo.

Solamente in Sicilia poteva aver origine una simile prelibatezza: infatti il piatto nasce negli anni ‘sessanta in un ristorante di Monreale, alle porte di Palermo. Io l’ho conosciuto all’inizio degli anni ‘ottanta a San Vito lo Capo. Da allora sogno di andare in Sicilia per poter gustare quel piatto, oltre a tutte le altre cose stupende dolci e salate che si mangiano lì.

Sono arrivato ad imparare a cucinarlo, nonostante i dolci non siano la mia specialità. La preparazione è relativamente semplice, sicuramente molto di più della pastiera o delle sfogliatelle ricce, per citare altri due dolci stupendi.

Ricordo i miei viaggi in Sicilia di allora: viaggiavamo di notte partendo da Roma. Mia moglie guidava l’auto fino all’area di servizio La macchia, sull’autostrada. Poi la lasciava a me e si metteva a dormire. I bambini, quando c’erano, già dormivano sul sedile posteriore.  Io guidavo tutta la notte, sulla Salerno – Reggio Calabria dissestata: era stupendo e quando ci ripenso provo una enorme nostalgia. Verso Scilla mia moglie si svegliava. A Villa San Giovanni prendevamo il traghetto per Messina e, a bordo, il primo arancino che allora era stupendo

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