Categoria: Consigli di lettura

Caro Pier Paolo

Caro Pier Paolo

DACIA MARAINI – NERI POZZA – CARO PIER PAOLO.

di Giuseppe Santilli

Un delizioso libro di memorie in forma epistolare in ricordo di Pier Paolo Pasolini, un intellettuale scomodo da vivo e da morto.

Un uomo mite e gentile

Dacia Maraini ci consegna la figura di un uomo mite e gentile, accurato e paziente a dispetto della foga pubblica delle sue provocazioni, delle sue sfide contro l’opinione corrente, l’omologazione dei costumi e lo sfrenato consumismo. Sappiamo solo ora quanto le analisi di Pasolini sulla riduzione dell’uomo a consumatore, fossero giuste. Come sappiamo che la rivolta dei giovani studenti italiani fosse una rivolta entro i confini della borghesia, proprio quella borghesia che Pasolini odiava.

Dacia e Pier Paolo
Dacia e Pier Paolo

Ma cosa intendevi per volgarità? Cosa trovavi offensivo e repellente nel modo di stare al mondo dei borghesi, che ti avvelenava il sangue? Allora non capivo, oggi penso che per volgarità tu intendessi una ferita profonda alla sacralità dell’essere umano. Il tuo era uno schiaffo alla cultura mercificata che riduce l’uomo a merce, togliendogli dignità e integrità. Qualcosa che il tuo spirito, che metteva le ali ad ogni risveglio, rifiutava come indegno di essere vissuto.” (Caro Pier Paolo – Pag. 99)

I ricordi

Nei ricordi della Maraini, spesso di ispirazione onirica, infatti molte lettere a Pier Paolo iniziano con un racconto di un sogno, non poteva mancare la grande amicizia che legava Pasolini ad Alberto Moravia. Due persone di grande levatura così uniti e così diversi. Coesistevano nel loro rapporto le fughe, i silenzi e lo sguardo appesantito dal pensiero, di Pier Paolo, con la solarità e la grande capacità di racconto, di affabulazione di Alberto.

Moravia, Maraini e Pasolini
Moravia, Maraini e Pasolini

Nella stessa misura non poteva mancare l’Africa, meta di molti viaggi, con i suoi tramonti infuocati e con quella società quasi primitiva nella quale Pasolini ritrovava l’autenticità dei rapporti umani, fuori dalla corrotta civiltà delle merci.

Per questa nostalgia della società contadina Pasolini è stato accusato sovente di passatismo. Invece la Maraini ci consegna integra la forza di un pensiero, di una analisi profonda che si sforzava di restituire dignità alla vita delle persone. Il pensiero di un grande poeta, come ha affermato Moravia nella celebre orazione funebre per la morte violenta di Pasolini, morte ancora avvolta dal mistero. Perché Pasolini è soprattutto un poeta, per gentilezza d’animo, per forma di scrittura e per immaginazione.

Alberto Moravia

Alberto, che ti ha sempre apprezzato e difeso, ha urlato il giorno del tuo funerale delle parole appassionate, definendoti un grande poeta civile. Poeta impegnato, ma senza retoriche patriottiche, fuori dai codici tradizionali della poesia ufficiale alla Carducci che certamente tu non amavi.” (Caro Pier Paolo – Pag.133)

Moravia e Maraini
Moravia e Maraini

Il ritratto che la Maraini dipinge di Pasolini è un ritratto affettuoso ma niente affatto celebrativo.

Dacia non nasconde il rapporto di dipendenza ossessiva che Pasolini aveva con la madre, come non nasconde la problematicità del sesso con i ragazzini, anche se sostiene che Pier Paolo era tutt’altro che predatorio, sempre gentile e giocoso. Viveva la sua omosessualità come espressione di libertà.

Di particolare interesse sono poi le discussioni, che la Maraini riproduce, tra essa stessa e Pasolini sulla legalizzazione dell’aborto (Pasolini era provocatoriamente contrario all’aborto) e sul ruolo della donna, che per Pasolini era fondamentalmente legato all’essere madre (questo, in parte, spiega la sua posizione sull’aborto ).

Ai margini del racconto dell’amicizia con Pasolini, Dacia Maraini ci regala un ritratto inedito di Maria Callas, grondante di spaurita umanità.

Ho capito allora che dentro la diva dalla voce tonante, c’era una bambina impaurita e fragile, una bambina dalle radici che si allungavano nel lontano e povero Peloponneso, una bambina che, nonostante il grande successo internazionale, non si fidava di sé stessa e del suo glorioso posto nel mondo.” (Caro Pier Paolo – Pag. 163)

Dacia Maraini
Dacia Maraini

Poi naturalmente, sparsi nei ricordi principali, ci sono le presenze di tutte le persone che Pasolini frequentava e che quindi frequentavano anche Moravia e la Maraini. Ci sono notazioni che riguardano Elsa Morante, Laura Betti, Ninetto Davoli, Piera degli Esposti ecc…

Un libro la cui lettura fornisce uno spaccato originale degli intellettuali italiani del secondo novecento, un libro che non possono mancare tutti coloro che amano Pasolini.

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La stazione

La stazione

JACOPO DE MICHELIS – GIUNTI – LA STAZIONE.

di Giuseppe Santilli

E’ raro trovarsi difronte a un giallo, per lo più italiano, di quasi novecento pagine. La stazione è il romanzo di esordio di De Michelis, di professione editor, che ha impiegato otto anni per scriverlo.

In realtà questo romanzo di De Michelis è un’opera complessa che ha dentro, anzi che ha una dentro l’altra, tante facce di una storia avvincente e piena di sorprese.

Innanzitutto c’è un approfondimento psicologico dei personaggi, unitamente alle loro vicende di vita, quasi a riaffermare, questione ormai assodata nei gialli moderni, che non esistono casi interessanti senza i destini interessanti di coloro che se ne occupano.

Jacopo De Michelis
Jacopo De Michelis

LE TANTE ANIME DEL LIBRO

C’è una descrizione minuziosa della vita nelle grandi stazioni (qui si tratta della stazione centrale di Milano) e degli emarginati che la frequentano, fino a inventare un mondo sotterraneo del tutto verosimile, a metà tra il possibile e il fiabesco. Una descrizione che provoca orrore e che affascina, insieme.

C’è la ricostruzione della immane tragedia dell’olocausto, attraverso il racconto della deportazione degli ebrei dalla stazione di Milano, verso i campi di sterminio. La testimonianza di una sopravvissuta ad Auschwitz, mutuata dalla testimonianza di Liliana Segre, ci riporta nel dramma delle vite umiliate prima e poi spezzate, che gridano vendetta anche dopo 60 anni e che pretendono di essere ricordate.

C’è l’amore, quello magico, quello che incontri una sola volta nella vita se sei fortunato. In questo caso la magia dell’amore è rafforzata dalla sensibilità visionaria di Laura, la protagonista femminile del romanzo.

C’è la descrizione dei riti wudù, del loro significato profondo; quindi, disancorato da una visione che li confina nel recinto della pura superstizione. Qui questa ritualità assume una forza catartica e si integra con la vita dei personaggi che in qualche modo la subiscono.

la stazione centrale 1
la stazione centrale 1

LA VITA DEL POLIZIOTTO

Poi, soprattutto, c’è la vita del poliziotto, dello sbirro, quello vero, che vive per risolvere i casi, in particolare quelli che hanno pesanti implicazioni con le vicende personali di chi indaga. Riccardo (Cardo) Mezzanotte ha la passione cocciuta di Maigret, la filosofia e i metodi investigativi border-line di Schiavone. Riccardo è per così dire, un figlio d’arte. Suo padre Vittorio è stato, fino alla uccisione, avvenuta in circostanze misteriose, il capo della polizia milanese.

Parlare con la gente e consumare le suole delle scarpe, ecco cosa doveva fare un buon poliziotto.”

(La stazione . De Michelis)

la stazione centrale 2
la stazione centrale 2

La storia è costruita con grande meticolosità e studio delle fonti, restando tuttavia fresca e coinvolgente, al netto di qualche lungaggine di troppo, soprattutto nella descrizione dei riti wudù.

Per lo stile non si può non pensare ai grandi gialli nordici di Joe Nesbo, alla loro apparente semplicità, alla trama complessa ed ai continui colpi di scena.

I MEANDRI DELLA STAZIONE CENTRALE

La Stazione Centrale di Milano è un pianeta a sé, è come una riserva di pellerossa nel mezzo della città. (Giorgio Scerbanenco)

Possente come una fortezza, solenne come un mausoleo, enigmatica come una piramide egizia”, la stazione Centrale di Milano, nella quale ho ambientato il mio thriller, risulta ben più che una semplice scenografia sul cui sfondo accadono le vicende narrate. Ne è a pieno titolo uno dei personaggi, forse addirittura la vera protagonista.” (Jacopo De Michelis. Intervista per Giunti Editori)

la stazione centrale 3
la stazione centrale 3

LA STORIA 1

Milano, aprile 2003. Riccardo Mezzanotte, un giovane ispettore dal passato burrascoso, ha appena preso servizio nella Sezione di Polizia ferroviaria della Stazione Centrale. Insofferente a gerarchie e regolamenti e con un’innata propensione a ficcarsi nei guai, comincia a indagare su un caso che non sembra interessare a nessun altro: qualcuno sta disseminando in giro per la stazione dei cadaveri di animali orrendamente mutilati. Intuisce ben presto che c’è sotto più di quanto appaia, ma individuare il responsabile si rivela un’impresa tutt’altro che facile. Laura Cordero ha vent’anni, è bella e ricca, e nasconde un segreto. In lei c’è qualcosa che la rende diversa dagli altri. È abituata a chiamarlo “il dono” ma lo considera piuttosto una maledizione, e sa da sempre di non poterne parlare con anima viva. Ha iniziato da poco a fare volontariato in un centro di assistenza per gli emarginati che frequentano la Centrale, e anche lei è in cerca di qualcuno: due bambini che ha visto più volte aggirarsi nei dintorni la sera, soli e abbandonati.

Nel corso delle rispettive ricerche le loro strade si incrociano. Non sanno ancora che i due misteri con cui sono alle prese confluiscono in un mistero più grande, né possono immaginare quanto sia oscuro e pericoloso. Su tutto domina la mole immensa della stazione, possente come una fortezza, solenne come un mausoleo, enigmatica come una piramide egizia. Quanti segreti aleggiano nei suoi sfarzosi saloni, nelle pieghe dolorose della sua Storia, ma soprattutto nei suoi labirintici sotterranei, in gran parte dismessi, dove nemmeno la polizia di norma osa avventurarsi?

LA STORIA 2

Per svelarli, Mezzanotte dovrà calarsi nelle viscere buie e maleodoranti della Centrale, mettendo a rischio tutto ciò che ha faticosamente conquistato. Al suo ritorno in superficie, non gli sarà più possibile guardare il mondo con gli stessi occhi e capirà che il peggio deve ancora venire. La stazione è, allo stesso tempo, thriller e romanzo d’avventura.

Mescolando i generi più popolari con vorticosa generosità d’invenzione, Jacopo De Michelis continuamente apre e chiude davanti agli occhi del suo lettore le porte di storie differenti eppure sempre collegate, e lo conduce in giro per sotterranei favolosi e inquietanti senza mai perdere il filo di Arianna della sua scatenata gioia di raccontare. (scheda Giunti Editori).

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Le ossa parlano

Le ossa parlano

ANTONIO MANZINI – SELLERIO – LE OSSA PARLANO

di Giuseppe Santilli

Pubblicato a gennaio di questo 2022 “LE OSSA PARLANO” è il primo romanzo, se così si può dire, della nuova era del vive-questore Rocco Schiavone. Venduta la casa di Roma dove aveva abitato con sua moglie Marina, Rocco Schiavone inizia una nuova vita dove il presente sembra degno di essere vissuto e il passato ha trovato finalmente una sua collocazione stabile, una sistemazione concettuale. Naturalmente il passato a volte ritorna, con gli amici malavitosi di sempre che lo cercano, con Marina che riappare e gli parla. Naturalmente il distacco da Roma non comporta che improvvisamente Aosta gli piaccia. Rocco odia la montagna e si ostina a girare con le Clark anche nel clima della città valdostana.

Antonio Manzini
Antonio Manzini

Le ossa di un bambino

A complicare ulteriormente le cose c’è un nuovo caso, che merita il livello 10 + nella tabella delle rotture di coglioni. Si tratta del ritrovamento delle ossa di un bambino di circa dieci anni, in un bosco nei dintorni di Aosta.

L’oggetto dell’indagine è quella del mondo della pedofilia e della violenza sui minori. Tema ostico che Manzini affronta a viso aperto, senza peraltro rinunciare alla proverbiale vena ironica.

Si riconferma, nello svolgimento delle indagini, pur nella particolarità del caso (l’omicidio risale a sei anni prima del ritrovamento dell’apparato scheletrico) un mix di analisi scientifica dei reperti, di tracciamento delle relazioni dei personaggi coinvolti e delle intuizioni a volte geniali del vice-questore. Schiavone è qui particolarmente abile a mettere insieme dettagli che erano sfuggiti agli investigatori che avevano indagato all’epoca della scomparsa del bambino. Se le ossa parlano, però, lo si deve fondamentalmente alla scienza.

L’infelicità del male

Questo romanzo, dove la storia raccontata è troppo ingombrante per lasciare spazio alle vicende della vita di Schiavone, sembra però segnare la fine dell’appartenenza alla Polizia di Stato di Italo Pierron, un collaboratore di Schiavone, interpretato nella serie televisiva da Ernesto D’Argenio, arrestato dai Carabinieri per aver barato sistematicamente a un tavolo di poker. Anche questa appare come una rinuncia dolorosa per Schiavone che tuttavia non farà mancare al giovane agente il conforto della sua amicizia. Italo è stato in passato il suo collaboratore più stretto. Partecipe e complice dei suoi metodi investigativi non troppo canonici, a volte, molto simili ai reati.

La storia di Italo

Italo Pierron
Italo Pierron

La storia di Italo rappresenta l’illusorietà delle scorciatoie ed è un modo per Manzini per confermare la tesi della Arendt: la banalità del male. Ma Il male non è solo banale, procura infelicità. C’è un punto di non ritorno nella vita dei criminali. Le restrizioni e l’imbarbarimento dei rapporti umani finiscono per annullare i vantaggi procurati dalle pratiche illegali.

Anche in questo testo, come è ormai in tutti gli ultimi romanzi della saga del vice-questore, la scienza, in particolare la ricerca informatica, assume una grande importanza per il successo dell’indagine. Anche qui però Manzini introduce un elemento irregolare: evita le lungaggini burocratiche interne alla polizia e affida le ricerche informatiche al figlio della compagna dell’agente Casella. Si tratta di Carlo, uno smanettone, una sorta di hacker buono, che Schiavone utilizza e coinvolge sempre di più.

Come nel romanzo intitolato “Gli ultimi giorni di quiete”, testo non appartenente alla serie di Rocco Schiavone, nelle “Ossa parlano” affronta il tema doloroso della perdita di un figlio e delle pieghe che l’animo umano assume nel tentativo di elaborare un lutto non accettabile. I due testi, pur appartenendo a scenari completamente diversi, appaiono molto vicini per la sensibilità dell’autore nel trattare vicende intrise di dolore, che evidenziano la malvagità di cui sono, in certi casi, capaci, gli esseri umani.

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Vecchie conoscenze

Vecchie conoscenze

ANTONIO MANZINI – SELLERIO – VECCHIE CONOSCENZE

di Giuseppe Santilli

Pubblicato all’inizio di questo 2022, “Le ossa Parlano”, ultimo romanzo della serie dedicata al vice-questore Rocco Schiavone, è già da un paio di settimane in testa alla classifica dei libri italiani più venduti. Di questo però ci occuperemo, forse, in una delle prossime recensioni

Vecchie conoscenze

Qui, ora vogliamo parlare del libro precedente della serie: “Vecchie conoscenze”. Edito a metà del 2021, Vecchie conoscenze rappresenta la fine di un’epoca per le vicende del poliziotto romano trapiantato ad Aosta.

Rocco Schiavone
Rocco Schiavone

Diciamo subito che questo giallo è a nostro avviso, il migliore in assoluto della produzione di Antonio Manzini.

E’ bella la storia, quella del delitto di una studiosa di Leonardo, Sofia Martinet, che Schiavone, come al solito, dopo tante peripezie risolve brillantemente. Il racconto dell’omicidio della professoressa, in realtà, fa da sfondo alla storia di una fase cruciale della vita del vice-questore. E’ il momento della verità: gli amici a volte, mescolano la loro natura di nemici con l’amicizia e chi ha apparentemente tradito aspettative e sentimenti, in realtà è stato leale.

L’ironia

In questo libro Manzini da prova di una grande capacità narrativa e riesce ad esprimere al meglio la sua vena ironica. Una mano sapiente e delicata che affronta le tragedie umane con intelligenza, senza mai scadere nell’italico tono melodrammatico. Inoltre la tensione, il motore del giallo è avvolgente e porta il lettore a fare della lettura un puro godimento.

Manzini
Manzini

Allora, c’è un tizio in India che ha preso un cane per la figlia. Ora il cane fa i bisogni, morde le ciabatte, abbaia, un casino. Allora il tizio va dal santone e gli fa: Santone mio, ho preso un cane per mia figlia che lo desiderava tanto, ma è un bordello. Casa nostra è di 20 metri quadri, siamo io, mia moglie, mia madre, mio figlio maschio, mia figlia femmina e ora pure un cane. Come posso fare? Il santone lo guarda e dice: Prendi un altro cane.

Il tizio è sbalordito da questo consiglio, però obbedisce e prende un altro cane. Non le dico dottore il casino in casa. Doppio abbaio, pantofole che spariscono, doppia cacca per terra e pipì, un inferno. Allora il tizio torna dal santone e gli dice: Santone mio mi hai dato un consiglio e ho preso un secondo cane, ma adesso è pure peggio. Che devo fare? E il santone lo guarda e gli dice: bene, ora dai via il secondo cane e sarai felice. “ (A. Manzini – Vecchie conoscenze).

Vecchie conoscenze chiude un’epoca

Abbiamo detto che questo racconto chiude un’epoca. Il vice-questore, pur non risolvendo la sua precarietà di vita, condizionata dalla morte della moglie Marina per mano di una banda di malavitosi, sembra provare ad andare avanti. L’imprevedibilità delle cose, i nuovi affetti, una stabilità ritrovata nel lavoro investigativo, sembrano attenuare il disincanto e la solitudine di fondo di Schiavone.

Vedremo nel prossimo romanzo che questo percorso di assestamento non sarà lineare, ma la direzione è tracciata ed è quello dell’accettazione di un’esistenza senza Marina.

Giallini
Giallini

Ci sono dei giorni in cui si percepisce che un pezzo della nostra vita se n’è andato, e seppelliamo la nostra faccia di una volta perché non ci appartiene più. La faccia, ce la disegna il tempo, ogni ruga per ogni sorriso strappato, le diottrie in meno per ogni riga che non volevamo leggere, i capelli abbandonati chissà dove insieme al loro colore, e quello che vediamo spesso non ci piace, ma è soltanto l’inizio di un nuovo episodio della nostra esistenza. Ci conviene conservare ciò che ci rimane per poterlo portare avanti, fino alla prossima stazione…” (A. Manzini – Vecchie conoscenze).

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Il cardellino

Il cardellino

DONNA TARTT – BUR RIZZOLI – IL CARDELLINO

di Giuseppe Santilli

L’ARTE E LA BELLEZZA.

Il cardellino è un dipinto “olio su legno” grande poco più di un foglio A4, realizzato nel 1654 da Carel Fabriutius. Rappresenta un cardellino posato su un poggiolo, trattenuto da una catenella legata ad una zampina. Il cardellino è un piccolo uccello dipinto che rappresenta la bellezza incatenata, il fascino di una piccola cosa impossibile da vivere se non per pochi istanti, come il suo volo limitato.

Dipinto
Dipinto

Theo Decker ha tredici anni quando una bomba esplode nel museo Metropolitan di New York e uccide sua madre. Da solo al mondo, il cardellino, quadro amato e contemplato da sua mamma, con la deflagrazione, finirà nelle sue mani e accompagnerà Theo fino all’età della maturità.

Con questo libro Donna Dartt ha vinto il prestigioso premio Pulitzer nel 2014. Il Cardellino non è solo un romanzo di formazione (la memoria va inevitabilmente al giovane Holden di Salinger), è anche un giallo, un libro di avventura, un on the road, una contaminazione di culture, una gangster story……

Il giovane Holden
Il giovane Holden

Insomma un poderoso e accattivante romanzo di 900 pagine. Forse troppe cose, troppe pagine, ma molte bellissime per costruzione, per la storia sempre in evoluzione, per la scrittura accurata. E poi le ultime 70 pagine dense e ispirate, ripagano lo sforzo di una lunga lettura. Ma soprattutto “Il Cardellino” è un romanzo sulla perdita.

Donna Tartt
Donna Tartt (Photo by Timothy Greenfield-Sanders/Corbis via Getty Images)

Com’era possibile sentire la mancanza di qualcuno come io sentivo quella di mia madre? Avrei voluto morire, da quanto mi mancava: era un bisogno terribile e fisico, come quello d’ossigeno sott’acqua. Sdraiato senza riuscire a prendere sonno, cercavo di ritrovare i ricordi più belli che avevo di lei – di imprimermela nella memoria, per non dimenticarla, ma al posto dei compleanni e dei momenti felici continuavano a tornarmi in mente scene banali come quella in cui, pochi giorni prima che morisse, mi aveva fermato appena fuori dalla porta di casa per togliermi un filo dalla giacca della divisa della scuola.” (D. Tartt – Il Cardellino).

I LUOGHI E LE CONTAMINAZIONI

Nel “Cardellino”, all’inizio c’è molta America. New York con le sue strade, il Central Park, il Village, i quartieri eleganti. C’è il fascino della grande metropoli negli occhi di un bambino che vive con una madre che ama la sua città. Dopo un periodo di transizione successivo alla tragedia che lo ha investito, Theo si trasferisce con il padre a Las Vegas, dove abita in posto ai limiti del deserto. Las Vegas con le sue luci, le sue allucinazioni, patria dell’approdo del mito americano in un paesaggio di violenza, droga e solitudine. Poi alla morte del padre ancora New York, raggiunta rocambolescamente da un adolescente che nasconde un piccolo cane in una borsa.

La parte finale del romanzo è ambientata in una Amsterdam invernale e lattiginosa, con i suoi canali, le sue biciclette. In questa città semi-dormiente si svolge una conclusione pirotecnica, che ricorda le scene più crude dei films di Quintin Tarantino.

La composizione dei luoghi rimanda a una contaminazione di culture e generi che attraversa tutta la lunga narrazione del Cardellino.

Donna Tartt dimostra di avere metabolizzato i classici americani e di avere, inoltre, anche una ottima conoscenza della cultura e della letteratura europea (in particolare della letteratura classica Russa).

Dipinto
Dipinto

L’America è sempre presente nell’azione, nel modo di fare dei personaggi, l’Europa si sente nel modo di pensare e nel significato che assume l’esistenza umana.

Questa coesistenza di valori e riferimenti viene meno nell’epilogo. Qui la cultura europea diventa dominante con il superamento della divisione manichea tra il bene e il male, tipica di una certa cultura americana.

Certe volte puoi sbagliare tutto e alla fine viene fuori che andava bene?……….. non ho mai tirato una linea netta tra il bene e il male come fai tu. Per me , spesso quella linea non esiste. Le due cose non sono mai separate. Una non può esistere senza l’altra. “ E’ Boris che parla, l’amico di sempre di Theo. Qui il riferimento è esplicito. Poco prima Boris parla dell’Idiota di Dostoevskij: “tutto quello che Myskin fa è buono…altruista…tratta tutti con compassione e comprensione e a cosa porta tutta quella bontà? Omicidi, disastri…” (Il Cardellino- D. Tratt)

L'idiota
L’idiota

LA BELLEZZA CI SALVERA’

“…come coi quadri sia possibile conoscerli a fondo, quasi abitarli, anche attraverso le riproduzioni.” Qui è Hobie, prima tutore di fatto, poi socio in affari ed amico di Theo, che parla. Parla della Recherche di Proust e ricorda come ne “Un amore di Swann”, questi si innamora di Odette, perché è raffreddata, imbronciata, poco curata, e somiglia alla ragazza di un affresco di Botticelli. “Proust stesso conosceva solo attraverso una riproduzione. Non aveva mai visto l’originale nella Cappella Sistina. Perché il tratto della bellezza è il tratto della bellezza, non importa se è passato dalla fotocopiatrice un milione di volte “

La scintilla della bellezza, la luce che emanano le opere d’arte, è l’incanto della vita e il Cardellino è la forza che consente a Theo di sopravvivere e dare un senso alla sua esistenza.

Donna Tartt
Donna Tartt

“…E così come la musica è lo spazio tra le note, così come le stelle sono belle per il vuoto che le separa, così come il sole colpisce le gocce di pioggia da una certa angolazione e proietta un prisma di colori attraverso il cielo – allo stesso modo lo spazio in cui io esisto, e voglio continuare a esistere, e a essere franchi, in cui spero di morire, è la zona di mezzo: dove la disperazione si è scontrata con la pura alterità e ha creato qualcosa di sublime….Perché solo entrando nello spazio intermedio, nel confine policrono tra verità e non verità, essere qui a scrivere tutto ciò diventa tollerabile.” (Il Cardellino – D. Tartt)

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Il mare non bagna Napoli

Il mare non bagna Napoli

ANNA MARIA ORTESE – ADELPHI – IL MARE NON BAGNA NAPOLI

di Giuseppe Santilli

Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese

Il mare non bagna Napoli è una raccolta di cinque racconti brevi: “Un paio d occhiali”, “Interno familiare”, “Oro a forcella”, “La città involontaria” e “Il silenzio della ragione”.

Anna Maria Ortese è  nata a Roma nel 1914, napoletana di adozione. Ella visse per tanti anni a Napoli, fino alle polemiche suscitate da questo libro, pubblicato da Einaudi nel 1953 con la prefazione di Elio Vittorini.

Il mare non bagna Napoli fu giudicato uno scritto contro Napoli e il modo di essere dei suoi abitanti, fino al punto che l’autrice fu in qualche modo costretta ad abbandonare la città. Inoltre nell’ultimo racconto “il silenzio della ragione”  l’Ortese descrive impietosamente le vite, le paure e le bassezze umane dei suoi compagni intellettuali componenti il “gruppo sud”. Qui viene rintracciato il seme dell’ingratitudine per le persone che l’avevano accolta. La stessa Ortese nel 1994, scrive una breve prefazione alla raccolta, presente nell’edizione qui proposta, in cui in parte respinge le accuse. In parte però si giustifica, attribuendo un presunto eccesso di corrosività dei suoi scritti, a una sorta di nevrosi che la portava, a guerra finita, a rifiutare una realtà di macerie e devastazione.

Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese

A dire il vero, oggi dopo tanti anni, il mare non bagna Napoli appare come un piccolo capolavoro. Esso è composto da cinque gemme la cui cifra consiste in una febbrile rivolta contro una condizione di miseria materiale e morale.

Descrizione dei racconti

Il primo racconto “un paio di occhiali” è ambientato in un basso di Napoli. È la storia dell’acquisto di un paio di occhiali per una bambina fortemente miope. Al di là di essere una fonte di benessere per la bimba, gli occhiali sono l’occasione per scatenare un diluvio di cattiveria e di meschinità, di sporcizia morale, che non risparmia nessuno dei personaggi. Qui si manifesta in forma esplicita uno dei fili conduttori di tutta la raccolta: nella povertà non c’è niente di umano e di romantico. I buoni sentimenti non abitano nelle case dei poveri, frequentate, per condizione e cultura, da sentimenti abietti. Decisamente in controtendenza rispetto all’ottimismo buonista imperante negli anni Cinquanta.

La povertà non fa sconti, non concede pause al sorriso e alla bellezza, né a momenti di gioia occasionale. La bambina miope (brutta e cecata) vive in un antro semi buio dove il mondo esterno con la sua luce può essere al massimo immaginato.

Per il clima che il racconto ci restituisce sarebbe interessante indagare sull’ipotesi che questo scritto abbia potuto influenzare la sceneggiatura del film “brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola. Questo è uscito nel 1976 e, mutatis mutandis, ambientato nella periferia romana.

Il secondo racconto “interno familiare” è la descrizione del pranzo di Natale di una famiglia piccolo-borghese (commercianti). Predomina la pacatezza, o meglio, un senso di tristezza moderato, senza disperazione. Nella vita di Anastasia, che è la protagonista, l’amore è solo l’illusione di un attimo. Esso è una chimera destabilizzante a cui si può concedere solo lo spazio di un pensiero fuggente, per tornare subito alla piatta normalità di sempre.

Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese

In “oro a forcella” il protagonista è il quartiere di forcella, con il suo brulicare di gente, la sua vitalità e il perenne chiacchiericcio. Anche qui, tuttavia, i veri protagonisti sono i poveri, i loro bambini, i loro sotterfugi per sopravvivere e il loro eccessivo proliferare (i figli sono l’oro della gente di forcella).

Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee dell’Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui il mare non bagnava Napoli.” (A.M. Ortese – il mare non bagna Napoli).

La città involontaria” non è un vero e proprio racconto, anche se ne mantiene la forma narrativa. In realtà si tratta di un crudo reportage di denuncia sulla vita nei Granili. Questo è un edificio lungo circa 300 metri, una vergogna della Napoli di quegli anni.

Si passa da una vita appena dignitosa per gli abitanti dei piani alti, alla totale assenza di speranza e di possibilità di riscatto per coloro che abitano i piani bassi. La povertà si sposa con il buio. La povertà produce solo aberrazione accompagnata dalla totale scomparsa di valori. Lo scritto è pervaso da un profondo senso di rassegnazione e di pietà per la povera gente dei Granili.

Questo edificio ospitava circa tremila persone distribuite in 570 famiglie, un mostro che la Ortese con “la città involontaria” contribuì a fare smantellare.

L’ultimo racconto “il silenzio della ragione”, credo possa essere considerato il suo capolavoro. Ma anche, come abbiamo accennato all’inizio di questa nota, il motivo della rottura del suo rapporto con la città e di quello con gli intellettuali che la animavano.

Per quanto riguarda Napoli è descritta mirabilmente come un luogo di corruzione e di morte.

Da Portici a Cuma, questa terra era sparsa di vulcani, questa città circondata di vulcani, le isole, esse stesse antichi vulcani; e questa limpida e dolce bellezza di colline e di cielo, solo in apparenza era idilliaca e soave. Tutto, qui, sapeva di morte, tutto era profondamente corrotto e morto e la paura, solo la paura, passeggiava nella folla da Posillipo a Chiaia. “

Anna Maria Ortese
Anna Maria Ortese

E’ un grido contro la leggerezza, la superficialità e la rassegnazione che s’impadronisce della città nel secondo dopoguerra. Esaurito l’entusiasmo determinato dall’arrivo degli americani, in pochi anni si crea una disillusione collettiva, un’acritica accettazione della realtà sociale.

Questa disillusione, secondo la Ortese, coinvolge anche i suoi amici, compagni, del “ Gruppo sud”.

Prumas, Rea, Compagnone, Pratolini, son chiamati per nome e cognome e sono descritti come oramai un gruppo di rancorosi, disillusi, in cerca di fortuna e di fare carriera. Inoltre viene stigmatizzato il loro rapporto con le proprie compagne, caratterizzato da un sentimento di superiorità e quasi di disprezzo, quasi fossero un male necessario.

Stilisticamente il racconto, privo di una trama, si esaurisce in una passeggiata prima in tram e poi a piedi. Il disordine della città di Napoli fa da sfondo alla cialtronaggine e alla rassegnazione degli intellettuali napoletani.

Conclusioni

Questa raccolta, una perla rara nel panorama culturale Italiano, per bellezza, profondità e coraggio, rintracciabile a tale livello successivamente solo in Pasolini, è la dimostrazione come in letteratura, ma non solo, un estremo atto di amore possa essere fragorosamente frainteso.

Pasolini
Pasolini

Ed io, quindi, non ritengo Il mare non bagna Napoli un libro contro, ma su e dentro questa città, tanto necessario ieri quanto oggi e domani. È il fondamento su cui si poggia la narrazione odierna di Napoli, e forse ci servirà ancora del tempo per capirlo.” (Alessio Forgione – Corriere della Sera/Cultura del 16 giugno 2020).

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La donna gelata

La donna gelata

ANNIE ERNAUX – L’ORMA EDITORE – LA DONNA GELATA

di Giuseppe Santilli

La Donna Gelata è uscito in Francia nel 1981 ed è stato pubblicato in Italia, con la splendida traduzione di Lorenzo Flabbi, solo nel febbraio del 2021. L’autrice Annie Ernaux, considerata a livello internazionale uno dei più importanti intellettuali francesi, è semisconosciuta nel nostro paese. Questo è un primo dato da indagare: perché una paladina della autodeterminazione della donna e del femminismo evoluto non ha avuto successo nel nostro paese? E soprattutto perché è stata praticamente ignorata dal movimento femminista nostrano?

Annie Ernaux
Annie Ernaux

Una prima risposta può essere individuata nel fatto che il femminismo italiano, per una serie di circostanze storiche, ha privilegiato una lettura politica della condizione della donna. Con l’Ernaux ci troviamo in piena letteratura e l’oggetto della sua ricerca intellettuale è il rapporto uomo- donna a prescindere da qualsiasi caratterizzazione sociale e/ ideologica.

Tuttavia crediamo che la ragione profonda risieda nella capacità dell’autrice di andare direttamente al cuore del problema. La subalternità della donna dipende da una storia millenaria di subordinazione fino a essere socialmente determinata e introiettata come unica dimensione possibile.

Annie Ernaux
Annie Ernaux

Non c’è nessun alibi, non c’è nessun maschio prevaricatore, nessuno stronzo di destra. La liberazione della donna passa per il superamento dei sensi di colpa e per l’annientamento dei propri fantasmi. “ Una donna spezzata” di Simone de Beauvoir è un lontano inizio di un percorso che sottrae alle donne il desiderio e la passione rendendole fredde (gelate). La disillusione come risultato inesorabile della consapevolezza della condizione di dolore e solitudine.

Una donna spezzata
Una donna spezzata

Le differenze, ma quali differenze? Non le notavo più. Mangiavamo insieme, dormivamo nello stesso letto, leggevamo gli stessi giornali, accoglievamo le dichiarazioni dei politici con la stessa ironia. I progetti erano in comune, cambiare macchina, prendere un altro appartamento, o una vecchia casa da ristrutturare, viaggiare quando i figli sarebbero stati più indipendenti. Ci spingevamo a esprimere lo stesso vago desiderio di cambiare stile di vita. Di quando in quando gli capitava di sospirare che il matrimonio è una limitazione reciproca ed eravamo tutti felici di scoprirci d’accordo. Sono finiti senza che me ne accorgessi, i miei anni di apprendistato. Dopo arriva l’abitudine. Una somma di intimi rumori d’interno, macinacaffè, pentole, una professoressa sobria, la moglie di un quadro che per uscire si veste Cacharel o Rodier. Una donna gelata.”

Esemplare, per la libertà di pensiero che esprime e per il rifiuto della rassegnazione a un ruolo socialmente assegnato, è la concezione della maternità. L’essere madre è descritto quasi come una gioia “postuma”: nel presente è solo dolore e costrizione.

Annie Ernaux
Annie Ernaux

La cifra della scrittura è alta. Si alternano dialoghi apparentemente semplici, mutuati dalla quotidianità, a riflessioni che appaiono come un intercalare, quasi un commento passo passo alla vita che si conduce.

Questo libro non ti sembra di leggerlo, ti da un pugno nello stomaco, mentre ti scorre in testa e dentro gli occhi ti passano le immagini che hai vissuto.

Con “La donna gelata” non ti sembra di leggere ma di assumere un’amara medicina di cui non puoi fare a meno.

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Una porta nel cielo

Una porta nel cielo

Roberto Baggio – Tea Edizioni – Una porta nel cielo

di Giuseppe Santilli

Una porta nel cielo è una ristampa del 2021 di un racconto/intervista scritto da Roberto Baggio, insieme ad Enrico Mattesini ed Andrea Scanzi, vent’anni fa. I temi trattati da Baggio a fine carriera sono attualissimi, anzi alcuni di questi appaiono oggi quasi profetici.

E’ una lettura che si dovrebbero regalare tutti gli appassionati del gioco del calcio, quello fatto di dribbling, di invenzioni, di fantasia, quello giocato nei cortili e nelle strade fino a esaurimento delle forze. Il calcio dei campetti polverosi, della sofferenza e della fatica. Baggio rappresenta tutto questo e avverte i profondi cambiamenti che all’epoca avvenivano nel mondo del pallone. Innanzitutto lo strapotere dei procuratori (oggi i veri padroni delle squadre e dei calciatori), la logica del commercio e delle plusvalenze applicata al gioco e il sopravvento del calcio fisico, muscolare, dove la classe, il tocco, il piede sensibile passano in secondo piano. Fino, a volte, ad essere un lusso che le squadre non si possono permettere.

Roberto Baggio
Roberto Baggio

“L’ispirazione di chi gioca a calcio con passione, specie se fantasista, non è tanto quella di segnare, ma di segnare in maniera originale, mai banale. Quel momento vale tutto. Questa, per me, è l’essenza del calcio. Un’invenzione continua.” (“Una porta nel cielo. Un’autobiografia )

Questo libro racconta naturalmente anche l’esperienza buddista, la frequentazione della preghiera come pratica quotidiana discreta, lontana dai riflettori, così come è stata riservata la sua vita privata. Attraverso la descrizione degli episodi sportivi emerge anche il valore che questo grande campione assegna ai rapporti umani (soprattutto all’amicizia) e al rapporto con la natura.

In una recente intervista data al quotidiano “La Repubblica” Baggio confessa di guardare raramente le partite di calcio in televisione perché le trova noiose e di stare bene lontano dalle parole, dai commenti sulle partite.

Roberto Baggio
Roberto Baggio

“ ….Roberto Baggio, l’ultimo attaccante italiano Pallone d’Oro (’93), l’unico azzurro ad aver segnato in tre mondiali (’90, ’94, ’98), nove gol, dà la stessa impressione. Di uno che è stato capace di uscire dal campo anche con la testa. In uno sport dove le stelle a quarant’anni faticano a lasciare: da Rossi (moto) a Federer (tennis) a Ibrahimovic (calcio) a Valverde (ciclismo), Baggio se n’è andato alla stessa età in cui oggi Cristiano Ronaldo gioca e fa programmi per il futuro. In questo è l’anti-Totti, parafrasando: speravo de lascià prima. “Lui non voleva smettere, io non vedevo l’ora. Lasciare mi ha ridato vita e ossigeno, stavo soffocando, troppo male, dolore fisico, quando da Brescia rientravo a casa, non riuscivo a uscire dall’auto, chiamavo Andreina, mia moglie, che mi aiutava ad aggrapparmi al tetto e poi a far passare il corpo…..” (La Replubbica 7 maggio 2021).

Da non perdere il profilo di uomo perfido e invidioso che Baggio disegna di Marcello Lippi, unitamente all’elogio per Carletto Mazzone.

Roberto Baggio
Roberto Baggio

Lippi “…era un caudillo, ostentava una condizione militaresca dello spogliatoio. Contro di me ha usato tutto il potere di cui era in possesso, nella speranza di annientarmi….Spero di aver dimostrato a tutti, coi fatti, quanto fosse in malafede e che incredibile abbaglio avesse preso col sottoscritto…”

“….Ho conosciuto molti allenatori. Alcuni erano bravi, altri meno. Con alcuni, la maggioranza ho legato. Con Carletto Mazzone, l’uomo che mi sarebbe piaciuto incontrare prima, è stato feeling a prima vista. Era completamente naturale. L’allenatore che avevo sognato: schietto, sincero, lontano da ogni ipocrisia, da ogni invidia, totalmente insensibile al fascino del potere autoritario, alle adulazioni interessate. Se il calcio fosse popolato da tanti Mazzone, sarebbe ancora quello che appariva ai miei occhi di bambino, lo sport più bello del mondo.” (“Una porta nel cielo. Un’autobiografia )

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L’arte di legare le persone

L’arte di legare le persone

Paolo Milione – Einaudi – L’arte di legare le persone

di Giuseppe Santilli

Penso sia utile dire subito cosa questo libro straordinario non è: non è un romanzo, non è un diario, non è una mappatura delle malattie mentali, non è un resoconto di una professione medica. Un libro non ordinario, particolare, che racconta il baratro in cui tutti rischiamo di cadere, con le paure e gli occhi delle persone che l’autore ha cercato di curare.

Paolo Milone, al suo primo libro nel 2021 all’età di 68 anni, è un medico di psichiatria d’urgenza, racconta la sua vita con le malattie mentali, il suo quotidiano confronto con il male per antonomasia, senza avere mai la supponenza di esserne estraneo. La cifra del libro rifugge dalla teoria e dalla ideologia, ci parla concretamente del dolore, delle paure, in ospedale, nelle case dei malati e nelle vie di Genova. Ci parla dei tentativi di aiutare i malati con tutti i mezzi possibili.

Innanzitutto, riconoscendo la assoluta continuità tra normalità e malattia e la collocazione instabile degli individui nelle due condizioni. I sani dai malati sono separati da una linea invisibile: “a ben guardare solo un tiro di dadi riuscito bene”. Con i farmaci certo, ma anche con lo stare insieme al paziente e, a volte, di legare letteralmente le persone per evitare che si facciano e facciano del male.

Non ci si lasci ingannare dall’ambiguità del titolo che sembra alludere metaforicamente ai legami relazionali. Si tratta proprio di contenimento che a volte si rende necessario. Qui l’autore infrange rumorosamente la discrasia tra l’altra psichiatria e quella tradizionale.

Paolo Milione
Paolo Milione

Paolo Milone, nell’affrontare un argomento così difficile, spesso rimosso dalle cosiddette persone normali, non dimentica l’ironia e per certi aspetti utilizza la leggerezza del racconto per ridimensionare e rendere affrontabile la tragedia. Riesce a rendere senza retorica la perfetta coesistenza tra la violenza e il lirismo di malati mentali.

Si riporta, infine, un piccolo estratto del libro che rappresenta bene, a nostro avviso, la sua originale grandezza narrativa.

Arriviamo in cinque per portarti in ospedale. Hai riempito di spazzatura casa tua, il pianerottolo, le scale. Non ci fai entrare, dobbiamo sfondare la porta. ……………..Quando cominciamo ad arrabbiarci sul serio, tu, lentamente, cedi.

Riusciamo a trascinarti per le scale e infilarti dentro la macchina davanti al capannello vociante di di vicini e passanti. In pronto soccorso lanci lettighe contro i muri, ti dobbiamo saltare addosso in sei e legare sulla barella. Finalmente in reparto 77 ti possiamo scontenere dalla barella e ricontenere al letto, ora ti accontenti di sputarci addosso e di insultare e maledire nostra madre e nostri figli.

Il giorno dopo passo a vedere come stai. Mi dici tra le lacrime: mi avete fatto uscire di casa con una ciabatta diversa dall’altra!”

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Uomini nudi

Uomini nudi

Alicia Gimenez Bartlett – Sellerio – Uomini Nudi

di Giuseppe Santilli

Questo romanzo della scrittrice spagnola, nota in tutto il mondo per la serie poliziesca con protagonista Petra Delicado, è un gioiello narrativo. La Bartlett ha scritto numerosi altri romanzi non di genere, che precedono “Uomini nudi” (apparso nel 2015 ed edito in Italia nel 2016).

Si tratta di quattro storie parallele che piano piano si intersecano fino, nel finale, ad intrecciarsi in maniera irreversibile. I protagonisti sono una donna ricca cinquantenne senza legami, una quarantenne da poco lasciata dal marito, un professore precario e un ragazzo di periferia che si guadagna la vita facendo il gigolò. Il ritmo segue l’andamento dell’evolversi della compenetrazione delle storie: dapprima lento e descrittivo, per arrivare a un finale in crescendo incalzante e struggente.

Alicia Gimenez Bartlett
Alicia Gimenez Bartlett

I protagonisti sono due donne e due uomini. Il titolo riecheggia la professione di spogliarellisti dei maschi. Ma il titolo allude anche alla loro nudità esistenziale. Sono completamente diversi tra loro: uno sicuro di sé, spavaldo, cinico, senza cultura ma con una grande esperienza di vita. L’altro colto, timido e sensibile con mille dubbi. Questa diversità in realtà finisce per descrivere il fallimento comune dei maschi, ambedue destinati ad una condizione di vita reietta, attenuata soltanto dal loro reciproco, anche se faticoso, legame di amicizia.

Sembra che gli uomini siano condannati ad essere comunque perdenti. Il cinismo coatto di Ivan e la sensibilità impastata di mediocrità di Javier, sono due facce della stessa medaglia, quella dell’incapacità di costruire relazioni con l’altro sesso ispirate alla parità.

Se gli uomini sono condannati alla sconfitta non si può certo affermare che le donne vincano. Da questa angolatura il libro potrebbe tranquillamente intitolarsi “donne e uomini nudi”.

Alicia Gimenz Bartlett riesce a descrivere con rara efficacia la tragedia della condizione umana, anche quella femminile, attraverso un intreccio indistricabile di sesso, potere, sentimento e denaro, che conferiscono al romanzo una forza difficilmente raggiungibile.

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